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Credo e vivo

DANTE: LIBERARE I VIVENTI PER CONDURLI ALLA FELICITÀ

«A metà dei miei giorni vado alle porte dell’inferno.» Isaia, libro 38, versetto 10. Vi ricorda qualcosa? Un profeta in cui riconosciamo le parole di un poeta; un poeta che Papa Francesco, in occasione del VII centenario della sua nascita al cielo, non ha esitato a definire profeta egli stesso.

Perché, come il Papa sa bene, la poesia può essere luogo di incontro tra l’uomo e Dio.

D’altro canto, la lingua con cui Isaia racconta la salvezza – che porta scritta nel sul stesso nome – non è forse una lingua poetica? Ora, su Durante detto Dante, magari molte cose le abbiamo dimenticate un’ora dopo averle studiate per un’interrogazione scolastica, molte altre fanno parte del patrimonio proverbiale nazionale (quante espressioni di buon senso sono citazioni dirette dalla Commedia e magari ne ignoriamo la provenienza!)…

…e molto altro ancora potreste scoprire sull’Alghiero se, in questi tempi ancora sferzati dagli “spirti mali” della pandemia, vi prendesse la curiosità di andare a leggiucchiare qualcosa in più attorno al Sommo Poeta.

Bene, in quest’ultimo caso armatevi di santa pazienza perché vi troverete innanzi una babilonia di testi critici e para-letterari dove chiunque, dal più titolato al meno accademico, si prendono l’ardire di analizzare, eviscerare, scomporre la vita e l’opera dell’artista. Certo, potrà pensare qualcuno tra noi, è necessario capire, se non fai l’autopsia alla letteratura come fai a capire che si tratti di vera letteratura? Ecco, del sottotesto affermativo e retorico di questa domanda, non sono mai stata troppo convinta.

Perché la poesia, a mio avviso, funziona esattamente come un versetto biblico, o, meglio ancora, come una delle parabole dei Vangeli: è tale perché ci sfugge e ci sfuggirà sempre qualcosa.

Quando possiamo comprendere tutto allora non c’è incontro tra umano e divino. Anche perché, arrendiamoci, la comprensione del tutto è possibile solo a Dio.

E allora in questa breve riflessione in occasione del 25 marzo 2021, data in cui l’Italia ha deciso di celebrare Dante dedicandogli un’intera giornata di commemorazione (scelta simbolicamente opportuna perché è vidimato 25 marzo 1300 il biglietto di andata di Dante nell’Oltremondo) proviamo semplicemente a sostare sulla prima terzina della prima cantica e proviamo a ragionare del poeta non come di un Sommo, ma piuttosto come di un cristiano pellegrino.

«Nel mezzo del cammin di nostra vita / Mi ritrovai per una selva oscura / Ché la diritta via era smarrita (Inferno, I)… »

Le sentite le parole di Isaia in controcanto? Molte delle persone che saranno finite a leggere questa pagina probabilmente hanno esperienza di cosa significhi sostare davanti alla Parola di Dio e lasciarsi inabitare da essa. Per scoprire, infine, che quella Parola aveva già dimora dentro di noi e Dio non è altri che un padrone di casa molto paziente che non si stanca mai di ribadirci l’ovvietà del suo amore e il principio di bellezza per il quale siamo nati.

E allora mi faccio persuasa che la Commedia abbia diritto di esser considerata Divina, perché davvero Dante l’ha scritta per mano di Dio. E lo si intuisce sin dal primo verso, che è la traduzione del versetto di Isaia nella carne viva della vita del pellegrino poeta.

Mi piace pensare che come capita a noi oggi di sentire che Dio ci sta consegnando una Parola pensata per ciascuno di noi – e per ciascuno differente – durante un momento di preghiera personale, oppure durante un ritiro spirituale, o magari durante una condivisione della Parola in forma domestica in piccole comunità di preghiera che hanno imparato a contrastare la siccità del tempo presente abbeverandosi congiuntamente alla sorgente della voce di Gesù Cristo e dei suoi primi incontri, mi piace pensare – dicevo – che anche a Dante sia stata consegnata una Parola in un momento di preghiera e che da quell’incontro tra lui e Dio è scaturita l’impresa della Commedia.

In una lettera all’amico Cangrande della Scala, Dante rivela l’intento della sua opera e dice: Removere viventes in hac vita de statu miseriae et perducere ad statum felicitatis (Liberare i viventi in questa vita dallo stato di miseria per condurli allo stato della felicità).

Non è forse questa una missione che solo da Dio possiamo ricevere? Per questo la lingua in cui narra è il volgare, perché la sua storia possa essere compresa da tutti. Perché non è soltanto la sua storia, ma, per tramite suo, è la storia di tutti noi. Ed è una storia da cui possiamo imparare molte cose.

In primis, che se attraversiamo i nostri inferni e purgatori personali con l’onestà di cui si fa testimone il poeta allora saremo anche capaci di compassione nei confronti degli altri, soffriremo con loro dei loro peccati, piangeremo insieme a loro, pregheremo per le loro anime, scopriremo quanto non spetti a noi giudicare e quanto sia assai più bello amare e avere misericordia della tragedia umana che tramuta in commedia, cioè in lieto fine, solo quando non disertiamo il nostro personale appuntamento con Dio.

Se a quell’incontro, che si consuma ogni giorno della nostra vita, ci presentiamo con l’animo gentile di cui Dante è maestro, mossi dal desiderio autentico di accedere al Regno di Dio, allora magari scopriremo che anche noi siamo profeti, che anche a noi è data la possibilità di tradurre, con parole nostre, un versetto della Bibbia che Dio, quel giorno, a quell’ora, in quel preciso momento, sta rigenerando per noi.

Come i nove cieli che compongono l’aldilà raccontato da Dante, ognuno di noi è sede di una intelligenza angelica, al centro di essa c’è Dio. Lasciamo che la sua luce rischiari la nostra vita e quella di chi ci incontra.

Carmen Barbieri