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Credo e vivo Posso sognare Tu ed io?

UN MURO ‘ABBATTUTO’ DA UN’ALTALENA

Il rosa fluo delle altalene spicca, quasi abbaglia, nettamente in contrasto con i colori della terra arida. Mamme e bambini giocano e si divertono, mentre l’aria si riempie di risate e polvere. Scene di un giorno qualunque in un posto qualunque? Non proprio.

Nei giorni scorsi, l’installazione temporanea “Teeter-Totter Wall” – tre altalene basculanti inserite tra le fessure del muro costruito al confine tra Stati Uniti e Messico – opera di due architetti californiani, si è aggiudicata il “Beazly Design of the Year”, prestigioso premio internazionale assegnato ogni anno dal Design Museum di Londra.

Per circa venti minuti (l’installazione non era autorizzata ed è stata rimossa in breve tempo), alla fine del mese di Luglio del 2019, bambini texani e bambini messicani hanno potuto giocare assieme in uno dei luoghi simbolo della separazione, incontrandosi ai piedi dell’imponente barriera di metallo, come se non esistesse.

Venti minuti concessi all’ordinario per far breccia in un orizzonte a strisce che ordinario non dovrebbe essere.

Barriere, confini, frontiere chiuse e impossibili da oltrepassare. Monumenti all’indifferenza e al disinteresse. Sono migliaia gli uomini, le donne e i bambini che ogni anno cercano di scavalcare questi muri – d’acqua, di ferro, di ghiaccio – lasciandosi alle spalle guerre, povertà, desolazione, con il solo desiderio nel cuore di una vita normale.

Un’umanità disperata che percorre rotte dove, rotti, giacciono spesso i corpi di chi non è riuscito nell’impresa.

È l’acqua a custodire nelle sue profondità calme e buie i corpi di coloro che hanno lasciato una riva senza mai rivederne un’altra. Rifiutati, respinti, minacciati, lasciati in balia di onde e freddo, e notti, tante notti, lasciati a chiedersi “Perché?”. Chissà se il mare è sceso dai loro occhi, prima di inghiottirli e farli suoi per sempre.

Pochi chilometri liquidi, calmi e sonnolenti in alcuni giorni, agitati e affamati in altri, separano le coste della Libia dall’Italia. Chilometri affrontabili, anche se a fatica, se a mani che si tendono rispondono mani pronte ad afferrare.

Le mani rispondono al cuore, e forse è proprio questa la distanza più lunga da colmare: lì, dove il centro pulsante della vita si irrigidisce, le estremità avvizziscono e muoiono; lì, dove il cuore si chiude, le mani fanno altrettanto.

È la neve a coprire corpi e impronte di chi cade e di chi va avanti, nei boschi al confine tra Bosnia e Croazia; la neve a fare da sfondo a respingimenti illegali e violenze inaudite; la neve ad accogliere chi precipita a faccia in giù nel suo abbraccio gelido. È bianca, fredda e avvolge tutto nel silenzio, la neve: ma qual è il colore della paura quando, accerchiato da uomini in uniforme, spogliato di ogni cosa, attendi il primo colpo di manganello, il primo calcio, la prima parola urlata in una lingua che non conosci? Che rumore fa, tra neve e alberi, un osso che si spezza?

“The Game”, il gioco: così i migranti chiamano l’attraversamento dei confini balcanici per entrare nel territorio dell’Unione Europea. Si “gioca” tra sentieri disastrati, fili spinati e forze dell’ordine dalla mano pesante.

Ci si prova anche decine di volte, fino a che le forze lo consentono, per settimane, mesi. Ci si prova vestiti di nulla, spesso con le ciabatte ai piedi. Ci si prova perché piedi congelati, lividi e tendini recisi fanno meno male di quei pensieri che pesano quando si fa buio, della ferita che lascia un sogno che lentamente muore. A volte ci si riesce, altre – tante, troppe – no.

Un gioco è un’altalena rosa, la neve che si tinge di rosso è un’altra cosa.

“Ciò che fai da una parte, ha un effetto dall’altra”, così uno degli architetti ha spiegato il progetto al confine tra USA e Messico. Qual è il peso di uno sguardo negato, di una mano non data, per chi sta seduto dall’altra parte dell’altalena?

Ieri è stata la Domenica della Parola, di quel Dio vivo che, come ricorda Papa Francesco, “si è lasciato vedere, sentire e toccare”. Quel Dio che, fattosi uomo, non ha esitato a tendere la mano ai suoi fratelli in barca nelle acque in tempesta e che, è certo, nella neve avrebbe saputo come scaldarli.

Quel Dio che, per amore, ha affrontato il “gioco” per loro, per noi. Ogni volta che una barca affonda, è la Parola a naufragare; ogni volta che freddo e violenza hanno la meglio, è la Parola a cadere. Ogni “No” è Parola non accolta, uccisa. Ogni uomo è Parola. “Verranno a chiederci del nostro amore” verrebbe da dire, storpiando il titolo di una famosa canzone. Cosa risponderemo?