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Credo e vivo Posso sognare Tu ed io?

HO ASCOLTATO QUEL DOLORE CHE MI DICEVA: “AMAMI… E BASTA!”

Alla scuola del Vangelo… Sì, è stato quel ‘libretto’ il nostro Manuale delle istruzioni; la strada poi e i tanti incontri dopo, l’università da cui abbiamo ricevuto i più grandi insegnamenti di vita.

L’avventura che vorremmo raccontarvi è nata da un’esperienza: l’incontro con una Parola che ha iniziato a mettere in discussione non solo la mia vita, ma quella di tanti altri giovani e adulti in cerca di riposte ai tanti dolori che in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo attanagliano i cuori e le menti di tante, troppe persone.

È stata l’esperienza di un sentire, prima ancora che di un ascoltare, una Parola che continuava a ferire per sanare…

Emmaus e quel Vangelo così apparentemente ‘fuori posto’ in un giorno così importante qual è la Resurrezione di Gesù. Sì, ‘fuori posto’ perché quei primi discepoli avrebbero dovuto esultare di gioia dal momento che il sepolcro era vuoto e Cristo era stato annunciato come il Risorto dagli angeli stessi. Ma a quanto pare questo non bastava a convincere i due discepoli che scelgono il ‘ritorno verso casa’ poiché tutto sembrava finito. E forse, riguarda anche noi questa storia… è la storia di un dolore non ascoltato!

Il dolore, le fatiche, la sofferenza… Poco a poco l’avventura dell’ascolto ci aveva fatto superare i soli metodi di approccio e ci aveva fatto toccare con mano il vero desiderio di molti.

Quanti incontravamo nell’ascolto non cercavano oro né argento, ma desideravano trovare qualcuno che sentisse il loro dolore…

Questo ‘sentire’ ci ha portato presto dove il dolore era senza maschere: la strada. Sì, lì si ha forse il coraggio di lasciar parlare il dolore che segna il proprio corpo, il proprio linguaggio, il proprio modo di vivere… Dinanzi al dolore non ci sono soluzioni che tengano, né sistemazioni a basso prezzo con cui metterlo a tacere. Abbiamo incontrato tanta sofferenza; troppa. La sofferenza forse altro non è che un tentativo di allontanarsi dal dolore per paura di essere soli… Sì, abbiamo scoperto  che l’ascolto passava per il sentire: quell’avvicinare la sofferenza per sentire il dolore.

Ed ecco che un giorno bussa alla porta di quest’avventura Elena. È una giovane studente che dalla vita ha ricevuto tanto. Aveva sentito parlare di un gruppo di ragazzi che, di giorno e di notte, andavano ad incontrare quanti vivevano ai margini della società. Ci siamo conosciuti, abbiamo pregato insieme… Dopo un breve periodo era arrivato finalmente il momento di mettersi in strada. Sì, sentivamo che gli incontri più belli avvenivano lungo il cammino che portava al Tempio di Dio: il cuore dell’uomo. E avevamo scoperto, anche grazie ad alcuni errori dovuti alla fretta di fare cose o ascoltare situazioni, che gli incontri decisivi si preparavano con la preghiera, erano loro stessi preghiera, e terminavano nella preghiera.

Erano all’incirca le 5 del pomeriggio. Ci siamo trovati a lato di Stazione Termini. Ricordo ancora il desiderio di ascoltare che quella ragazza aveva negli occhi. Era al settimo cielo.

Ci siamo messi in un angolo della Stazione, circondati da ragazzi che continuavano la loro giornata di spaccio come niente fosse. Iniziamo a pregare. È stata una preghiera semplice, breve, ma tuttavia intensa: abbiamo chiesto a Dio il coraggio di sentire prima ancora di ascoltare. Il nostro ‘ Amen’ è stato seguito da: “Andiamo!”.  Iniziamo a percorrere i marciapiedi della Stazione e ci dirigiamo verso uno dei luoghi di ritrovo di alcuni ragazzi, consapevoli che non sapevamo chi avremmo trovato…

Ecco che, appena girato l’angolo, proprio in un luogo dove passano ogni giorno centinaia di persone, scorgiamo una donna. Elena poco prima ci aveva chiesto: “Come fate a sapere dove fermarvi e dove non farlo?”.

La riposta è stata immediata; l’esperienza ce l’aveva confermato: “Lo sguardo!” le rispondiamo. “Non puoi fare a meno di fermarti, anche solo per un ‘ciao, come stai?’; il loro sguardo ti cerca, incrocia il tuo di sguardo e ti chiede addirittura il permesso di entrare, poiché il loro dolore, quello che hanno avuto il coraggio di sentire, ha insegnato loro uno sguardo ‘educato’, che chiede il permesso prima di entrare nel cuore di un passante!”.

Lo sguardo di quella donna ci chiama; non possiamo non fermarci. Ed ecco l’incontro: quella donna ci accoglie nella sua casa fatta di un cartone e un pezzo di lenzuolo. Era fisicamente provata: il suo volto era sfigurato dall’uso di alcol e droghe. Non poteva sorridere perché le sostanze le avevano rubato completamente il sorriso. Ci sediamo accanto a lei e cerchiamo il suo sguardo. Inizia a raccontarci la sua vita, il perché era lì in strada; poi ci racconta i suoi sogni e il suo grande amore per la famiglia che non rivedeva da anni.

Elena è seduta difronte a quella donna. La guarda; si guardano. Durante la lunga chiacchierata quella donna scopre le sue gambe e i suoi piedi.

Aveva scoperto il suo ‘tesoro’: dei piedi gonfissimi, pieni di piaghe aperte su cui gironzolavano insetti e mosche. Capimmo che un tale gesto non lo faceva con chiunque. Elena spostò lo sguardo dal volto della donna a quei piedi… Ci dirà più tardi che non sentì più nulla di quello che quell’angelo dalle ali spezzate ci stava raccontando da quel momento in poi. Il suo unico cruccio era diventato quello di trovare una soluzione a quei piedi. Quella donna se ne accorse e mi disse: “Luca, per favore, i miei piedi non si toccano, vanno bene così!”. Le risposi: “Te lo prometto!”. Poi abbiamo continuato a raccontarci a vicenda. Il suo racconto fu interrotto più volte dal suo stesso sguardo che cercava quello di Elena, chiedendole: “Come stai?”… Ma Elena non sentiva…

La lasciammo, sorridendo con lo sguardo, certi che non avevamo né argento né oro da darle – e forse nemmeno li desiderava – ma forti della convinzione che l’ascolto poteva portare il Figlio in quel cuore…

Con Elena ci siamo fermati un momento a rileggere quanto successo, perché niente di quell’incontro andasse perduto. Era troppo importante.

Elena era frastornata. Ci disse con degli occhi lucidi: “Da quando ha scoperto quei piedi io non l’ho più ascoltata, ma cercavo nella mia mente una soluzione!”. Gli chiesi: “Hai visto con quanta delicatezza per ben tre volte ti ha chiesto: come stai?”. Non se n’era accorta.

Quel dolore, quei piedi doloranti, sono stati la porta del Tempio per Elena. Si accorse di non avere riposte, soluzioni facili, ma che l’unica cosa che potesse dare realmente era un cuore abitato da Colui che ha tolto dal dolore il veleno di morte e l’ha trasformato in preludio di vita. Quel dolore visibile le ha fatto toccare con mano che il dolore non va analizzato ma va prima di tutto sentito… e in quel sentire, quasi per magia, odi quella voce che ti dice: “Come stai?”.

Eravamo stupiti anche noi. Ci accorgevamo quanto la strada, la periferia, gli ultimi, ci insegnassero che prima dell’ascolto c’è il sentire. E non c’è sentire più faticoso che quello del dolore.

Da questa esperienza faticosa per alcuni, ma ricca di benedizioni, nacque un desiderio: ritrovarsi, lì dove i ragazzi abitano, per apprendere la spiritualità dello ‘sguardo’, quello capace di riportati all’esistenza, al tuo vero io, alla scuola del Vangelo. È così che abbiamo iniziato ad abitare, con la prudenza richiesta dal covid, le case dei primi giovani che desideravano mettersi alla scuola del sentire una Voce capace di toccare i loro dolori e sanarli.

Alcuni mesi fa abbiamo iniziato con una casa e solamente due giovani. Quell’esperienza ci colpì profondamente perché non avevamo mai sperimentato così tanto quanto quel Gesù che continuava a parlare alle nostre vite con il Vangelo del giorno, riuscisse a farci rialzare, a sanarci come quello storpio, nonostante i tanti anni di avvicinamento al Tempio, alle cose di Dio. Abbiamo sperimentato una forza nuova.

Da quel primo incontro in quell’unica casa, oggi, dopo solo pochi mesi, gli incontri sono decuplicati, le case dei giovani che ci hanno accolto quadruplicate. E sapete come? Con il passaparola di cuori che avevano sentito Dio toccare la loro vita con una Parola. Non facciamo infatti nulla di straordinario. Ci ritroviamo in pochi attorno al Vangelo, lo leggiamo, lo ascoltiamo mentre parla alla vita di un altro e poi preghiamo, anzi lodiamo, perché tutti facciamo esperienza di un balsamo che lenisce i dolori più profondi, quelli che fino a poco tempo fa ci tenevano fuori dalla porta del Tempio, impedendoci di entrarci e lodare Dio. E come in quel passo degli Atti egli Apostoli, benché quell’uomo accasciato a terra chiedesse elemosina convinto forse che quello era ciò di cui aveva bisogno, e mentre lo sguardo di Pietro e Giovanni, insieme, nel nome di quel Figlio, ha risvegliato in quell’uomo stanco della vita la vera Vita, quella del Figlio, così anche noi sperimentavamo giorno dopo giorno come l’ascolto della Parola ci riportasse a camminare…

Da quell’incontro in strada ce ne sono stati tanti altri. Altre persone hanno sentito il desiderio di andare a scuola di ascolto dai poveri…

Non solo giovani, ma anche religiosi e sacerdoti. Sì, si sono uniti anche alcune religiose che portavano nel cuore un desiderio: imparare a stare coi poveri…

Con suor Maria ci conosciamo da qualche mese. Da tempo chiede di venire in strada. L’occasione si presenta e, insieme, camminiamo sui marciapiedi della città eterna, nei luoghi meno affollati dove si nascondono gli emarginati. Dopo una breve preghiera iniziamo. Ed ecco che ci fermiamo dal primo ragazzo che sta cenando su un pezzo di cartone. Gli chiediamo come sta e da lì a poco ci racconta il suo percorso scolastico e come la mancanza di lavoro l’abbia costretto a vivere da solo in strada. Ma sentiamo che per il momento non vuole andare oltre… Lo salutiamo e continuiamo il cammino. Lui ci ringrazia molto.

Incontriamo poi altri ragazzi che a quell’ora erano già anestetizzati dalle sostanze. Una ragazza mi si avvicina e desidera parlarmi, ma non riusciva a tenere gli occhi aperti a causa delle sostanze ingerite; mi chiede se ci possiamo rivedere. Le dico di sì e ci diamo appuntamento per un altro giorno. E così ci troviamo ad un certo punto attorniati da ragazzi che dalla tanta sofferenza si erano scolati litri di vino. E iniziarono a inveire contro di noi… Non ci siamo mossi. Suor Maria ascoltava con stupore il loro modo di raccontare il dolore. Sì, il dolore può essere raccontato. Loro lo facevano con urla e minacce. In quel dolore abbiamo cercato con lo sguardo i loro occhi, per scovarci quel Figlio che voleva tornare a vivere in loro… Ci siamo salutati e siamo rientrati a casa. Durante il ritorno eravamo in silenzio. Quel modo così rabbioso e violento di vivere la sofferenza ci aveva toccato profondamente. Ci sentivamo tremendamente impotenti.

Ognuno, in cuor suo, ha iniziato a pregare, in silenzio. Cosa fare con quel dolore? Che fare? Questa era la domanda che abitava i nostri cuori in quei minuti… Ad un certo punto, insieme, ci siamo fermati come se avessimo ricevuto la risposta a quell’interrogativo. Alzato lo sguardo veniamo rapiti da un manifesto affisso su un cartellone pubblicitario in cui trovammo la riposta a quel sentire faticoso, a quell’ascolto del dolore… C’era scritto: “Amami e basta! Amami e basta!”.  

La strada ed il suo linguaggio ci ha ancora una volta dato una lezione: il dolore che si incontra nell’ascolto desidera essere prima di tutto sentito e poi amato; basta! Il resto lo faremo insieme; insieme.

Quei giovani che ora aprono le porte di casa ad altri giovani per ascoltare quella Buona Notizia sono veramente molti. E quegli stessi giovani ora vengono nella Parrocchia per pregare, entrano nel Tempio per lodare, perché attraverso le condivisioni e la strada, hanno sentito il loro dolore toccato dagli occhi di un Dio che ci cerca sempre…

Abbiamo scoperto un’equazione evangelica pazzesca: più esci fuori a sentire e più le persone desiderano essere Chiesa; quella Chiesa in cui si sentono figli, fratelli!

Questa avventura ci ha rivelato allora alcuni ingredienti importanti per un ascolto autentico, quello capace di risvegliare il Figlio nel cuore di ogni uomo, qualsiasi sia il suo dolore: lo sguardo da figli, la vicinanza, il racconto, sentendo il dolore, credendo a quanto ci viene confidato, certi che tutti dicono qualcosa di vero, e infine amare… e basta!

Abbiamo iniziato quest’avventura insieme. C’erano tanti ‘Giovanni’ che desideravano posare il capo sui cuori feriti di molti, consapevoli che avrebbero trovato quello di Dio; e c’è sempre stato Pietro, quella Madre Chiesa che ci ha accolto, sostenuto e dato coraggio. Insieme.

Alcuni ragazzi vengono da diversi movimenti, altri addirittura lontani dal mondo della Chiesa, alcuni consacrati ed altri sposati; tutti, nella propria diversità ci diamo dei tempi insieme perché insieme, da fratelli, stiamo scoprendo sempre più quant’è bello vivere da figli.

L’ascolto, che ci ha insegnato la strada, è il linguaggio del Figlio. Un figlio ascolta; un orfano no. E chi ascolta risveglia il Figlio anche nel cuore più indurito. Perché solo quel Figlio è stato capace di farsi chiudere in un sepolcro e aprirci, in modo misterioso, una porta per tornare a vivere; e a vivere sul serio.

Grazie per il vostro ascolto! Camminiamo, da figli, verso chi figlio non si sente… e forse i primi siamo proprio noi. Gesù ci sta cercando, proprio ora!

Grazie!