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Credo e vivo Posso sognare Tu ed io?

LA STORIA CHE MI HA CAMBIATO…

È  vero che le camere degli adolescenti sono un gran casino, ma quel pomeriggio di fine luglio dire che la camera di Marco* era in disordine era farle un complimento. Chino tra un grosso borsone e qualche zaino accatastato sul piccolo corridoio che separa il letto dall’armadio, cercava di sistemare gli indumenti sportivi.

Quello avrebbe dovuto essere un anno molto importante, anzi, il più importante per la sua carriera rugbistica.

Ci aveva dedicato gli ultimi quattro anni con grandi sacrifici per arrivare a quella tanto attesa selezione. Prospettiva: giocare nella nazionale italiana. E invece, improvvisamente, così, senza chiedere permesso a nessuno, era arrivato questo microbo che aveva bloccato lui e il mondo intero. Tra una maglietta e qualche paio di pantaloncini che ripiegava con cura, la sua mente navigava in balia di quei ricordi che lo riportavano a quell’ultimo week end di febbraio. Era tornato a casa per poi ripartire il lunedì mattina, come faceva spesso, e invece si era ritrovato imprigionato, come tutti, dentro le mura di casa.

Una, due settimane, e poi un mese, due mesi, ormai era chiaro che nella società sportiva non ci avrebbe più fatto ritorno. “Ma come è possibile?!! Cosa faccio adesso?!?” si domandava ancora incredulo che il suo sogno potesse vanificarsi così… in fondo non era nemmeno colpa sua, si era allenato dando il meglio di sé per quel sogno che finalmente poteva abbracciare e invece, qualcosa di microscopico che neanche poteva né vedere, né sentire, né annusare, glielo stava portando via.

“Almeno potessi vederti…cavolo!! Ti prenderei a pugni… maledetto Covid” si dannava in quei lunghi mesi passati in casa continuando ad allenarsi come se non ci fosse un domani, nella sua piccola palestra.

Anche i contatti con i responsabili si erano via via affievoliti e il disorientamento era sempre più presente. “Nessun problema..” lo aveva ripreso un giorno suo padre, “Se non verrai convocato in qualche club, organizzati per andare in cerca di un lavoro!” aveva concluso con un breve ragionamento che non faceva una piega. “Come no!!” aveva pensato in cuor suo. In effetti quel benedetto diploma di perito meccanico era arrivato dopo diversi cambi di scuola, ma lui dentro un’officina non ci voleva proprio andare. In un prato verde con una palla ovale tra le mani… là sì che avrebbe fatto di tutto per arrivarci.

Il mucchio di maglie e pantaloni blu stese sul pavimento della sua camera era un pochino sceso perché molte le aveva riposte nell’armadio e altre in un borsone che stava pian piano riempiendo. Solo il vibrare sordo del suo cellulare lo avevano improvvisamente riportato alla realtà.

“Ciao Peter*… sì..sì.. tutto ok. Domani, quando arrivo ti richiamo. Ciao!!” aveva risposto velocemente al suo ex allenatore. Fin dall’inizio con Peter c’era stata una bella sintonia: entrambi condividevano il ruolo di mediano di mischia e lui lo aveva allenato proprio nello specifico.

Marco aveva imparato moltissimo da lui in quei pochi mesi nella società sportiva e nutriva una particolare stima e fiducia nei suoi confronti. Ammirava la passione che ci metteva e nello steso tempo la facilità e semplicità con le quali gestiva quella strana palla ovale. “Come lui voglio diventare!!” si era detto in più di qualche occasione.

Peter aveva visto la determinazione, la passione, l’entusiasmo, le sue grandi doti, ma anche la sua fragilità e smarrimento di quel periodo e si era fatto carico di quel giovane, voleva, per quello che gli sarebbe stato possibile, aiutarlo. Così tra fine maggio e giugno si erano rivisti e Marco era andato a casa sua alcune volte per progettare quel futuro rugbistico ancora molto incerto.

Ma può succedere che nella vita incontri qualche “angelo”. Sì, appaiono così, improvvisamente e ti prendono per mano accompagnandoti verso la luce.

Marco guardava ancora il suo cellulare dove era rimasto memorizzato il nome dell’ultima chiamata. Era sempre più convinto di quanto Peter fosse stato importante per lui, tanto che lo aveva paragonato ad un faro che nel buio pesto della notte indica la rotta da seguire. Era stato per lui un grande maestro di sport, ma anche e soprattutto di vita. Frequentandolo, infatti, anche fuori dal campo, aveva avuto modo di conoscere meglio la sua famiglia ed era rimasto particolarmente impressionato da come si comportava con il figlio più grande portatore di handicap.

“Mamma, è così strano vedere come Peter si comporta con suo figlio: gli fa fare di tutto, come se fosse un ragazzo normale. Per loro non ci sono ostacoli… Nemmeno io ho fatto tutto quello che ha fatto lui!!” esclamava scuotendo la testa, quasi incredulo di ciò che aveva visto, ogni volta che tornava a casa.

“Mi fa piacere, Marco, che ti interroghi su qual è il limite tra normalità e diversità…” gli rispondeva sua mamma ben felice che finalmente si scontrasse con quello che era adesso il suo vissuto. Ed ora con il telefono tra le mani, seduto sul bordo del letto in quella camera (se così possiamo definirla…), ripensava a quel pomeriggio di fine giugno, quando dopo aver ripensato a Peter, a suo figlio, alla disabilità, aveva sentito una forza dentro di lui che non riusciva più a trattenere.

Era uscito sul retro di casa e aveva detto: “Mamma, voglio fare un’esperienza di volontariato con i disabili… cosa devo fare?”.

Sua madre, intenta a stendere il bucato e alle prese con il solito calzino spaiato, si era fatta largo con le mani tra una maglietta ed un asciugamano per uscire da quel groviglio di indumenti e vedere se la voce era proprio quella di suo figlio o di un extraterrestre planato sul loro giardino. “Scusa, Marco… Ho capito bene?”

“Sì… sì… voglio fare un’esperienza di volontariato con i disabili… non con bambini, anziani o campi scuola di vario tipo… solo con i disabili!!” aveva ulteriormente precisato.

“Ok…ok.. ho capito… certo è che mi prendi un po’ alla sprovvista, a fine giugno, di quest’anno… poi… dove per giunta hanno chiuso tutti i centri di accoglienza, mi stai proprio chiedendo una robetta da nient!” aveva ribattuto sua mamma ancora sbalordita da una richiesta tanto bella e importante, quanto di difficile realizzazione. E così, con quel calzino spaiato tra le mani e ancora sotto shock aveva iniziato a mettere in moto tutte le idee per  vedere come poteva aiutarlo. Anche perché non capita tutti i giorni che tuo figlio ti faccia una richiesta del genere…

“Ma che stupida!!! Perché non ci ho pensato prima!!” Aveva esclamato dopo qualche minuto fiondandosi in camera di Marco.

Per la biancheria e il povero calzino che era sempre più spaiato ora non c’era tempo. “Marco, ho un’idea: ci sono alcune cose da sistemare, ma penso che si possa fare!”. Aveva detto con un sorriso a cinquanta denti. Lui l’aveva guardata un po’ stralunato, perché sapeva che quando la mamma diceva di avere un’idea, poteva succedere di tutto. Così l’aveva ascoltata mentre gli parlava del Grest in parrocchia che quest’anno sarebbe partito (grazie ad un altro “angelo” che si era preso l’onere e la responsabilità di fare qualcosa per questi ragazzi ormai troppo soli) due volte la settimana e che lui avrebbe potuto accompagnare Matteo*, un ragazzo disabile del paese praticamente suo coetaneo.

Le aveva raccontato di come in tutti questi mesi non aveva potuto frequentare il centro dove andava ogni giorno ed era molto stanco di andare sempre in giro con la sua mamma e le sue amiche. “Basta sempre con le donne!!” gli aveva detto e con quell’espressione erano scoppiati a ridere. “Marco, se tu sei d’accordo, io chiamo il responsabile del Grest e poi, se mi dà l’ok, chiamo anche la sua mamma e chiudiamo il cerchio”.

Nel giro di un paio di giorni tutto era sistemato: autocertificazioni, corso per norme Covid e conoscenza con Matteo. Quelle tre settimane erano volate!! Marco guardava sul suo telefono le immagini di quei giorni.

Lui e Matteo erano diventati davvero grandi amici: lo seguiva nell’attività di laboratorio e nel momento di gioco dove nel campetto da basket lo spingeva sulla sua sedia a rotelle a rincorrere gli altri ragazzi. Anche Matteo poteva fare le cose “normali”.

Ogni tanto pensava che forse un allenamento di rugby era meno faticoso, ma la gioia che provava nel vedere felice il suo nuovo amico erano insuperabili. Si era messo a disposizione per donare un po’ del suo tempo, ma ora non sapeva più chi stava donando e chi stava ricevendo.

L’amore è contagioso, è un virus che prende il cuore, appena gli si lascia un piccolo spazio per entrare e come il Covid non chiede il permesso, si impossessa della tua vita e quando ti ha preso, non c’è vaccino che tenga perché l’amore attrae e non lo puoi fermare.

Anche Matteo e Marco assieme erano, per gli altri ragazzi del Grest come il nettare per le api: c’era sempre qualcuno assieme a loro. Eppure nessuno conosceva le loro storie e come erano arrivati assieme in quell’oratorio di paese in quella calda e particolare estate. Il loro semplice stare assieme come persone “normali” aveva contagiato tutti. Anche nella bella e simpaticissima scenetta finale improvvisata dai ragazzi, Matteo aveva trovato il suo posto da attore e la gioia nei suoi occhi raccontava più di molte parole.

Ed era proprio quella gioia che Marco sentiva nel suo cuore.

Era da poco rientrato dopo una piccola festa organizzata a casa di un’animatrice (ovviamente solo i ragazzi più grandi… sia mai…): avevano fatto il dolce e mangiato in compagnia. Marco aveva riaccompagnato a casa Matteo con la sua carrozzella facendogli fare alcune gimcane su e giù per i marciapiedi. Si erano salutati con la promessa di rivedersi presto. Ora aveva finito di ripiegare tutta la sua roba.

La stanza aveva una parvenza di stanza: il pavimento era libero e un grande borsone blu era sistemato ai piedi del letto con accanto due zaini più piccoli. Suo papà aveva terminato di caricare la bici e le ultime cose in macchina. Tutto era pronto. “Marco!! Hai finito?” gli aveva chiesto la mamma dalla cucina. “Sì!!! Adesso arrivo!!”.

Anche lui, adesso, era pronto per continuare a sognare la sua palla ovale in una nuova avventura in una nuova città, con nuovi amici da contagiare.O

*I nomi citati sono stati cambiati