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Posso sognare

IL MARE, UNA CASA, DEI SOGNI… VI RACCONTO ALCUNE STORIE DI SPERANZA

“Chi abita vicino al mare potrà fare il bagno”. Sembrerebbe di pochi giorni fa il chiarimento comparso sui siti ufficiali, in risposta a una delle domande che, più o meno segretamente, la quasi totalità di noi si pone in queste settimane di sole e desiderio di leggerezza.

Coperti di ferite da cicatrizzare in acqua salata, in ascolto dei nostri corpi irrigiditi che bramano culle di sabbia, da abitanti di uno stivale che sguazza nell’acqua ci chiediamo se e quando potremo rivedere il mare.

“MARE”, la parola che al contempo affonda le radici nel sanscrito mar- (morire) e in màr- (splendere), in perenne moto ondivago tra vita e morte, tra oscurità e luce, distesa d’acqua scintillante e rigenerante, ma anche abisso che divora e inghiotte.

In assenza di bagnasciuga, cammino lungo la riva dei pensieri, raccogliendoli come conchiglie.

Sabratha, Libia, notte tra il 9 e il 10 Aprile. Dodici ragazzi, in compagnia di altre persone, prendono il largo a bordo di un barcone, decisi ad affrontarlo, questo mare, per correre incontro ad una vita nuova, lontana da orrore e distruzione.

Cinque giorni in balia delle onde, del freddo e della fame, stipati e non voluti, lasciati
soli nel nulla e infine respinti. Nell’ultimo tentativo di difendere il loro sogno, i ragazzi si buttano in acqua, ma il mare ha la meglio e li restituisce esanimi.

Conosciamo da pochi giorni i loro volti e i loro nomi; le loro speranze le possiamo solo immaginare, perché forse nessuno ce le racconterà. Erano dodici, erano ragazzi, hanno attraversato il mare per raggiungere una nuova terra e hanno trovato la via per il Cielo.

Roma Termini, ultima sera di Aprile. Come di consueto, cammino, gironzolo, cerco, incontro. Tanti tra gli amici che abitano qui sono arrivati a bordo di imbarcazioni di fortuna e, come semi sospinti dal vento, hanno attraversato il gigante liquido. Alcuni sono caduti, loro sono quelli che “ce l’hanno fatta”. Non hanno trovato il terriccio morbido su cui posarsi, ma cemento e asfalto. Eppure, ci hanno provato lo stesso, a germogliare e a fiorire.

È la stagione del glicine che, fedele alla sua natura, si arrampica e rende belli muri scrostati e cancelli arrugginiti.

Mi siedo tra i ragazzi e li guardo, vedo in loro la stessa forza e delicatezza dei fiori, che danno nuova vita anche a ciò che è rotto, diroccato, sporco: mi accorgo che sono loro, oggi, i glicini di questo posto.

Inconsapevoli, come tutti i fiori, donano la loro Bellezza senza mai averla vista, senza mai averne goduto. Cresciuti su un suolo duro e forgiati da piogge controvento, hanno steli ammaccati e foglie strappate, ma regalano i loro colori a chi posa i propri occhi su di loro. Mi chiedo quanto potrebbero crescere e diventare rigogliosi se potessero trovare terra e acqua per le loro radici.

Penso a quei dodici, ai fiori che sarebbero potuti essere, alla terra che non hanno toccato. E penso al mare, che ha accolto le loro vite, cosa che noi non abbiamo saputo fare.

Desiderosi di spogliarci dei nostri pensieri, attendiamo con ansia di tornare a bagnare i piedi tra le onde e ad ammirare, felici come bambini, il luccichio del sole sull’acqua. A Roma Termini, poco lontano dai nostri terrazzi, dai nostri uffici, non c’è traccia di mare, solo qualche gabbiano che conosce le strade più delle scogliere.

Se guardiamo bene, però, potremo vedere chi il mare l’ha attraversato, sfidato e vinto, e, in un giardino di asfalto, fiorisce e combatte anche per chi ha affidato i suoi petali al grande gigante blu.