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IL GRIDO DI UNA RAGAZZA: “PERCHÉ DIO TARDA AD AGIRE?”

“Io sono la risurrezione e la vita chi crede in me anche se muore vivrà…
Credi questo?”(Gv 11,25)

Questi giorni sono anche giorni di preghiera. Ed è proprio la preghiera che mi accompagna. Ma c’è una Storia che in questi giorni mi interroga più di tante altre. La trovo nel Vangelo della resurrezione di Lazzaro.

C’è una parte di questa vicenda che oggi mi sconvolge come se non l’avessi mai letta prima.

Gesù amava Lazzaro, Marta e Maria, ma quando scopre che Lazzaro sta per morire «rimase per due giorni nel luogo dove si trovava» (Gv 11,6). Mi chiedo: «Perché Gesù aspetta ad andare? Perché non evita a Marta e Maria la sofferenza, l’esperienza della perdita e a Lazzaro la morte?».

Gesù dice ai discepoli: «Io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate (Gv 11,15)». Certamente la morte di Lazzaro è strumento per Gesù per compiere un segno fondamentale: la resurrezione di un morto, perché tutti possano credere.

In questi giorni scopro che c’è un significato più profondo e una risposta a questa domanda che si lega alla mia storia ed esperienza di fede. Ripenso a quante volte nella vita ho fatto l’esperienza del dolore, specialmente quelle volte in cui dei progetti e degli obiettivi che mi ero posta si sono sgretolati davanti ai miei occhi, facendomi crollare nella delusione e nella sofferenza.

Ritorno con la mente a quelle ferite inaspettate che ancora porto dentro, consapevole di quanto mi abbiano fatto male.

Ognuno di noi porta il suo carico, chi più piccolo, chi più grande. Ognuno secondo quanto può sopportare. In queste occasioni ho sempre avuto difficoltà a far entrare Dio nel mio dolore. Mi sono accorta che tante volte è più facile gridare a Dio un grande «perché?», senza aprirsi però all’ascolto di una risposta.

Quando siamo dentro la sofferenza siamo talmente immersi e sopraffatti, tanto vuoti, pieni di domande e di grovigli che non riusciamo a sciogliere. Sembra che la luce non ci sia. Sembra che sia non ci sia neanche un senso a quello che stiamo attraversando, come se lì, Dio, sia morto.

Noi, umanamente, vorremmo che Dio ci salvasse dal dolore, ma Dio ci salva nel dolore.

L’esperienza della sofferenza è una dimensione unica che Dio ci dona per fare esperienza di Lui. Noi, nella nostra fragilità, vorremmo sfuggire alla sofferenza, ma Dio, nella sua grandezza, la vive con noi. Lui piange con noi, con la stessa emotività che mostra in questo Vangelo, con la promessa che quel dolore è fecondo, che è il luogo d’eccellenza dove potremo riscontrare la Sua presenza nella nostra vita.

Le parole che questo Vangelo mi regala per affrontare le difficoltà sono due: pazienza e fiducia.

Pazienza: bisogna stare dentro al dolore, senza scappare, senza avere fretta che tutto guarisca, così come Marta e Maria devono attendere l’arrivo di Gesù.

Fiducia: se Dio ci dà delle croci possiamo sostenerle solo nella fiducia che porteranno luce nella nostra vita. Proprio quella ferita sarà un punto della tua storia di cui potrai dire: «Ecco quanto è grande il Signore che mi ha fatto portare quella croce e oggi ne vedo il frutto! Lui era presente in quel dolore più che mai, anche se i miei occhi erano troppo offuscati dalle lacrime per vederlo».

Questa è la mia esperienza quando ho vissuto ferite più lontane nel tempo o più recenti e ancora fresche.

Con stupore e gioia, oggi posso dire che l’esperienza più profonda di Dio nella mia vita l’ho fatta nella sofferenza, che i segni più chiari che Dio mi ha dato sul suo progetto su di me li vedo in quelle ferite.

Greta Ruggiero

Per pregare…

A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati!
A coloro che erano morti: Risorgete!
A te comando: Svegliati, tu che dormi!
Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno.

Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti.
Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine!
Risorgi, usciamo di qui! 
(da un’antica Omelia sul Sabato Santo)