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Tu ed io?

“HO CAPITO -RIVELA UN INFERMERIE-: NON POSSIAMO SALVARCI DA SOLI!”

Mi ritrovo ancora in terapia intensiva. Le notizie sembrano dare coraggio poiché i contagi stanno diminuendo. Sono sempre qui in reparto e penso anche alle persone che sono costrette a stare a casa.

Il contatto con i pazienti mi dà tuttavia la giusta dimensione riguardo alle prove che ciascuno di noi vive ogni giorno. Lo sfinimento che provoca il dover rimanere a casa per tanto tempo, per me diventa assai insignificante se ho bene in mente come stanno vivendo questo periodo tanti altri di noi.

Se adottando le precauzioni e le misure di sicurezza si può evitare il diffondersi di questa sofferenza ed indirettamente anche salvare una vita, allora la fatica e la frustrazione che si vivono assumono un senso ben diverso. Per chi ha fede questo tempo di ‘attesa’ non rimane vuoto.

È evidente: le persone ricoverate in terapia intensiva dipendono totalmente da qualcun altro. Questo mi aiuta ad aprire gli occhi sulla mia condizione di fragilità nei confronti della vita. Per un giovane risulta difficile infatti avere questa consapevolezza.

Vedendo questa verità con un altro sguardo posso ricordarmi o rendermi conto infatti che non ho solo bisogni ‘biologici’, ma anche bisogni più profondi che, nonostante i miei sforzi, non posso soddisfare da solo. È vero: come persone contagiate da un ‘virus mortale’ tutti noi necessitiamo di qualcunAltro, di una relazione, senza la quale non saremmo in grado di vivere.

Osservo le cartelle cliniche davanti al letto di ciascun paziente. Appaiono uguali: numeri, orari e percentuali, così come la diagnosi: polmonite interstiziale Sars-CoV-2. L’unica differenza in
ciascuna di esse è il nome che riportano. Ogni paziente ricoverato non ha con sé nulla di proprio, niente che lo renda diverso dal suo vicino di letto, nessun riconoscimento che possa far pensare al proprio ruolo o stato sociale.

L’unica cosa che possiedono e che distingue ciascuno di essi è il loro nome e una data, quella della loro nascita.

Penso a come questo stato di precarietà ci riporti all’essenziale. È proprio così: non possediamo realmente nulla se non il nostro nome ed in esso è inscritto chi veramente siamo, la nostra storia. Essa rappresenta il dono più prezioso che non ci siamo dati da soli, ma che abbiamo ricevuto. I malati di questo tempo sono tanti, accomunati dalla lotta contro questo killer sconosciuto, si ritrovano con se stessi, fino in fondo. Per chi è in bilico tra la vita e la morte non esiste il futuro ma solo il presente. In essi non trovano più spazio né ragionamenti e né pronostici perché costretti a vivere la propria pena giorno per giorno.

Loro sono la prova evidente di come l’essenziale si gioca nel presente. Riconosco pienamente ora quante volte sono sbilanciato nel passato o nel futuro dando per scontata o non incontrando la vita che mi viene offerta ogni giorno.

Prendo consapevolezza ancora della mia fragilità e della necessità di dipendere da qualcuno che mi insegni ad aprire gli occhi sulla vita, e la forza di andare avanti viene dal pensiero che questo qualcuno sia un Padre misericordioso.

Credo che sia importante tenere ben a mente le parole che il Santo Padre ha pronunciato
proprio recentemente e che sono valide in ogni circostanza: “Non ci si salva da soli!”.

Un infermiere in Ascolto