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Io, figlio e tu, genitore

QUALI OPPORTUNITÀ IN TEMPO DI CORONAVIRUS?!

Il punto di vista di un ragazzo che la lavora in smartworking

È il 4 aprile e da circa 4 settimane sono tornato nella mia casa d’origine. Sono partito da Roma la sera del 9 marzo, poco prima che in Italia calasse il divieto di spostamenti, lasciando un monolocale in affitto in cui vivo da solo, il mio ufficio e i colleghi, le mie relazioni e i miei affetti romani, alcuni dei miei compagni di avventure e le mie guide umane.

E sono ritornato nella mia città nativa, nella mia casa, nella mia camera in cui ho trascorso i primi 19 anni della mia vita.

Sono tornato nel mio passato. È una situazione che mi fa sentire bene. Sembra di ritornare adolescente. Ma con qualche differenza… Ho la fortuna di lavorare per un’azienda che produce beni essenziali e permette di lavorare in smartworking. Per cui passo le mie giornate a lavorare dalle 8-9 ore con il PC. La mia vita ha incredibilmente preso una routine che non provavo da anni: mi alzo, faccio colazione, lavoro fino alla sera, un’oretta di sport, partita a Burraco con papà e tuffo nel letto.

E allora, cosa posso osservare nell’immediato?

Che sono tornato nel mio nido, che sono tornato a gustare la vicinanza di affetti importanti della mia vita. Sono sincero, non posso dire di trovarmi male: i miei genitori mi viziano e mi trattano come un principino tra spremute di arance mattutine, un cibo sempre buono, abbondante e variegato, caffè post pranzo, pizza fatta in casa, ciambelle e dolci di ogni tipo.

E allora qualche pensiero mi passa per la mente: “Quasi quasi non torno più a Roma!”. Forse che mi piacerebbe vivere perennemente così!? Mi sento rilassato, sento che mi sto riposando. “Dov’è che devo mettere la firma per restare in questa condizione..?” Gioco nel giardino di casa con il cane, faccio sport, mangio piatti gustosi e sono ricoperto dall’affetto dei miei cari.

E in più lavoro e questa crisi sembra per fortuna non impattare su di me, sulle mie certezze, almeno per adesso. Oggettivamente in questo periodo non posso chiedere nulla in più. La sensazione che provo è simile a quella che si sperimenta quando si sta sulla battigia durante un tramonto estivo mentre si osserva e si gusta il mare e il suono delle sue onde: non ci sono tanti pensieri, si è in una condizione di stasi e di riposo. Finalmente la mente è libera da tanti trambusti, dallo stress quotidiano dovuto ai ritmi di una capitale frenetica, dai rapporti di lavoro con i colleghi e così via…

Si ha la percezione di vivere in un tempo diverso… in un tempo di ‘calma’. E allora proprio in questa calma piatta, avverto una piccola scossa, una piccola nostalgia e inizio a farmi poche ma chiare domande e riflessioni.

Il primo pensiero va alla situazione nel mondo, a questa terribile battaglia! Ah, può essere difficile per chi non è colpito direttamente dal Coronavirus immedesimarsi in tutta la sofferenza che questa malattia sta generando nella vita di tante persone.

E allora in un baleno affiora alla mente l’invito del Papa : “Oggi davanti a un mondo che soffre per la pandemia – siamo capaci di piangere come Gesù? Tanti piangono oggi. Chiediamo la grazia di piangere”.

Sì, è dura piangere come Gesù. Forse ci vuole davvero la grazia per avere un cuore pieno di compassione e sensibilità verso il prossimo. Cosa posso fare, io, nella mia condizione per avere compassione di tutto quello che sta succedendo?

La seconda cosa che mi colpisce è quella che si può collegare alla massima: ‘Il tempo è oro’. Adesso siamo costretti a fermare tante attività presenti nella nostra vita fino a poche settimana fa.

Sì, violentemente, senza preavviso, siamo stati bloccati, siamo stati frenati nella nostra vita e viviamo in un tempo di negazione. Siamo costretti a stare a casa! Non nego che lavorare in smartworking in questo periodo è un piccolo regalo. Si ha ancora la possibilità di parlare coi colleghi e di sentirsi pienamente attivi nelle dinamiche lavorative e personali.

Ma quello che noto è anche un’incredibile offerta di contatto umano e di riempitivi vari: si cerca di fare più video-chiamate o chiamate, di gruppo o con pochi amici, con familiari e persone di fiducia. Si cerca di riscoprire e dedicarsi a nuovi interessi: cucina, giochi, musica, attività creative, sport in casa e corsi di formazione in streaming.

Vedo che i messaggi WhatsApp nei diversi gruppi si moltiplicano. Ci sono decine e decine di corsi formativi via web su marketing online, sport e sulla leadership. Ce ne sono uno ogni ora, anzi in ogni ora si può scegliere tra decine e decine di proposte! Wow! Sembra veramente incredibile… sembra che il Coronavirus ti dia l’opportunità di fermarti per crescere e migliorare sotto tanti aspetti.

Alcuni dicono che in questo periodo puoi lavorare su te stesso, sul tuo fisico, magari diventando un modello, o un cuoco professionista, o puoi reinventarti un lavoro e così via. Bisogna cogliere opportunità in questa situazione, sta a noi farlo.

Forse no o forse si, c’è la possibilità di fare tanto grazie alla nuova tecnologia, ma in questo periodo e situazione, in fondo in fondo, percepisco chiaramente un’ansia: la paura di perdere un’opportunità incommensurabile.

In questa situazione in cui siamo costretti a premere “pause” sullo scorrimento della nostra vita consuetudinaria, possiamo iniziare ad osservarci e ad ascoltarci. Adesso ho la possibilità di mettermi a guardare un tramonto e farmi nuovamente quelle domande che mi facevo da bambino: “Chi sono? Perché sono qui? Dove voglio andare?”.

Sì, forse in questo momento di negazione ci è data una grande chance: mettersi in ascolto di se stessi, della propria storia e della propria vita. Si può riflettere sugli errori fatti, sui doni e sulle grazie ricevuti e sul percorso fin qui fatto.

A 20, 30, 40, 50 anni – non c’è età per riflettere e porsi alcune domande: “Alla mia età attuale, era questa la vita che mi immaginavo da piccolo? Dove mi vedo tra 10, 15 anni? Voglio Cambiare? Se si, a chi mi posso affidare, dove posso riporre la mia speranza?”.

Penso che in questo momento ci è data l’opportunità di metterci in contatto con quelle domande e gridi interiori che spesso rimangono inascoltati perché soffocati dai rumori della quotidianità, dalle mille e nobili attività in cui siamo affaccendati, dalle tante preoccupazioni della realtà.

In questo momento di negazione, in cui siamo forzatamente distaccati dai tanti impegni quotidiani, possiamo finalmente stare in silenzio, in ascolto di noi stessi, e magari alzare lo sguardo lì dove il grido e il sentimento più profondo può condurre e guidarci.

Un ragazzo in Ascolto