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Un Papa o un papà?

L’ABBRACCIO DI UN CIELO CHE PIANGE PER NOI

È venerdì sera e scappo dall’ufficio ancor più velocemente del solito. Scendo di corsa le scale, mi catapulto all’esterno. Piove, ho scordato l’ombrello, non importa. Metto le cuffie e cammino tenendo lo sguardo incollato allo schermo del telefono. Inciampo più volte, rischio di cadere, ma non mi interessa: in compagnia di milioni di persone sto assistendo alla preghiera per il mondo celebrata da Papa Francesco.

Succede per tutta una vita di sfiorare senza mai toccare veramente la Storia che cambia.

Sei troppo piccola quando Chernobyl terrorizza il mondo – mamma che non ti fa più scendere in giardino, che ti fa lavare le mani, che non compra più frutta e verdura è per te soltanto “mamma che è diventata strana”; sei troppo inconsapevole per capire che a Berlino a cadere non è soltanto un muro; sei troppo “provinciale” per sentire come veramente tuo quanto succede al di là dell’Oceano, negli Stati Uniti, in un giorno di Settembre. Succede poi che, all’improvviso, quella stessa Storia, senza inviti e senza chiedere il permesso, ti obbliga ad esserci, a vivere da protagonista eventi di cui fino ad ora sei stata a malapena spettatrice al cinema o in TV.

In un giorno X di un anno qualunque, un virus, invisibile e imprevedibile, decide di dettare le regole, di stravolgere la tua vita, quella di chi ti sta intorno, la vita di tutti.

Vivi nella città più grande del tuo Paese, affollata, rumorosa, caotica. Di punto in bianco, cammini sola lungo strade deserte, prendi treni vuoti e ti ritrovi ad avere nostalgia di clacson e motori. Ti manca poter incontrare, toccare, discutere; ti mancano persino le spallate sulle scale mobili. Non ti resta che cedere il passo, accettare le regole, muoverti al nuovo ritmo. A quanto pare, si vince chiudendosi, rintanandosi, distaccandosi.

Tutto si ferma e diventa più scuro, il tasto “pausa” premuto sull’imbrunire; tutto sembra freddo. Quando non lavori, ti barrichi in casa: non hai la TV, leggi qua e là qualche notizia, difficile trovare qualcuno che parli del bello.

La parola “positivo” è ripetuta più volte, sì, ma sempre e solo in riferimento a contagi e contagiati. Ti addolori, per la morte, per le sofferenze; per la disperazione di chi si sente abbandonato; per lo strazio di chi avrebbe voluto soltanto poter tenere la mano di qualcuno che se ne andava. Eppure…

Sì, c’è questo grande “EPPURE” che da giorni ti risuona nella testa, che non ti lascia, non ti dà tregua. Eppure senti un brusio di sottofondo, un sussurro, una voce che, instancabile, ti parla di vita; eppure cogli una sfumatura di colore dove tutto sembra grigio; eppure l’aria ha l’odore delle stanze appena tinteggiate, odore di casa nuova. Sei isolata, eppure ti senti parte di qualcosa.

È venerdì, è fine Marzo, piove. Un anziano stanco e addolorato, in una San Pietro spettrale, paralizza il mondo e convoca il cielo, commuovendolo. Alle sue spalle, un Uomo nudo, martoriato, appeso a una croce, e una Donna silenziosa e discreta, un Figlio e una Madre, lo sostengono, lo sorvegliano, lo proteggono.

Venerdì di quaresima, una via crucis che si rinnova. La nostra croce, pesante e scheggiata, grava sulla schiena di un solo uomo, il suo corpo è piegato, il suo volto sofferente.

Noi, convinti – fino ad ora – della nostra invincibilità, della nostra forza, della nostra potenza, lasciamo adesso che a guidare i nostri passi sia un vecchio zoppo. Le sue sono parole che non lasciano scampo: ai pensieri, alle scuse, alle motivazioni. È sera da tante settimane, ormai, e ci siamo dentro tutti, a questo buio. È un calcio sui denti. Abbiamo creduto di poter governare le nostre vite, abbiamo creduto di costruire fortezze inespugnabili, abbiamo creduto di essere imbattibili.

L’unica cosa che non abbiamo fatto è AVER CREDUTO e basta. L’unica cosa che ci viene chiesta, ora, è CREDERE. Siamo tutti sulla stessa barca e non è da soli che ci salveremo: abbiamo bisogno l’uno dell’altro, abbiamo bisogno di un Padre, abbiamo bisogno.

Arrivo a Termini, è questa la parte della grande barca in cui mi si chiede di stare, ora. Vorrei condividere con i ragazzi che vivono qui quello che sto sentendo, quello che sto vedendo. Prenderli a uno a uno, metterli davanti al telefono, tradurre per loro se necessario. Vorrei, non posso. Ma ci deve essere un modo, un’altra via. Fanno parte di questo “qualcosa”, come me, come tutti.

Chi piange, lassù, lo fa per me, per loro, per tutti. “Non t’importa di me?”: quante volte se lo saranno chiesto?

Tolgo le cuffie dal telefono, alzo il volume al massimo e lascio che la voce di Francesco si liberi nell’aria. Decido di camminare attorno alla stazione, ne percorro l’intero perimetro. Quella voce, quelle parole, devono poter giungere lì, dove noi abbiamo dimenticato i nostri fratelli. E non importa se non capiscono la lingua, non importa quale sia il loro credo, non importa se mi guardano come se fossi una povera pazza che si aggira con un telefono gracchiante tra le mani: c’è un Padre che ama e piange, c’è un Papa che parla ai cuori, non alle culture o alle classi sociali, ci sono un Figlio e una Madre pronti a dare sollievo alle ferite di TUTTI. Posso, ora, essere sorella e renderli partecipi della bellezza di questa Famiglia.

Sono di nuovo al piazzale principale, quando Francesco impartisce la benedizione.

Azzero il volume: le campane di San Pietro si sentono da qui. Ed ecco che il senso dei miei “eppure” si svela:

siamo chiusi nelle nostre case, lontani l’uno dall’altro, impauriti, diffidenti. EPPURE siamo membri di uno stesso corpo, siamo l’equipaggio di una stessa, grande barca, siamo gli inquilini di una Casa in cui troveremo ristoro.

Chiusi tra le nostre quattro mura, seduti lungo i marciapiedi di una stazione, ammassati in qualche campo profughi di confine, distesi su un letto a lottare contro la morte, siamo TUTTI avvolti nell’abbraccio di un Cielo che piange per noi.