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Tu ed io?

LA GIORNATA DI UN INFERMIERE CHE LAVORA IN PRIMA LINEA

TRATTO DA UNA STORIA VERA”

È iniziato il turno nella terapia intensiva dedicata alle persone contagiate dal Covid-19 la notte prima della sua predisposizione. I pazienti ricoverati fino a poco prima, non contagiati dal virus, erano stati tutti trasferiti per permettere il ricovero dei positivi. Era rimasto un solo paziente, il primo ad essere riscontrato positivo dopo l’arrivo nel pronto soccorso dell’ospedale.

Vedo la sala con i letti vuoti, buia, silenziosa e con i monitor spenti e sono colpito. Rimango ancora più sorpreso però al mio rientro in turno, dopo poco più di 24 ore. Appena entro nella stanza di monitoraggio, dove grandi pannelli di vetro permettono la visione della sala in cui sono disposti i pazienti, noto come tutti gli 8 posti letto siano occupati.

Dentro di me prendo consapevolezza che quanto sentito più volte da infettivologi e anestesisti, riguardo all’aggressività di questo virus, non è per niente esagerato; non serviva solo a convincere le persone a non uscire di casa.

Entro il primo giorno nella sala “contaminata”, in cui sono disposti i pazienti contagiati. Sento da subito il disagio per i dispositivi di protezione che mi coprono tutto il corpo; la visiera limita in parte il campo visivo e la mascherina sembra non far passare più aria e costringe a respirare lentamente per non peggiorare la situazione.

Entriamo in due o tre colleghi alla volta per risparmiare le tute e le mascherine che ormai in ospedale, come in tutta l’Italia, scarseggiano. È permesso al massimo un cambio durante il turno, cioè dopo 4 o 5 ore di assistenza in quelle condizioni.

I pazienti all’interno della sala sono disposti uno di fianco all’altro, con un ampio spazio che li separa, e ognuno ha al suo fianco gli apparecchi che gli consentono di respirare e nutrirsi, cioè di continuare a vivere.

Appena ho sistemato i farmaci e le flebo che porto in mano, mi colpisce vedere una paziente. È l’unica sveglia e non intubata, ma con una mascherina per l’ossigeno. Non mi sarei aspettato in quel giorno di poter parlare con un paziente in quel tipo di reparto. Mentre l’assisto e le somministro i farmaci mi racconta un po’ come si sente e da quanto tempo sta combattendo con la sua polmonite, da molto prima che uscissero le notizie sui giornali. È stremata. Percepisco la sua stanchezza anche se sembra abbastanza serena e piuttosto rassegnata alla sua condizione di malattia, ma questo anche grazie ai farmaci sedativi e alla morfina che ha in infusione.

Ad amplificare la sua condizione di disagio è la solitudine e la mancanza dei propri cari. È infatti, positiva al coronavirus e ricoverata da settimane, a differenza di tanti di noi che siamo costretti “faticosamente” a rimanere in casa con la nostra famiglia.

Non può vedere nessuno per tutto il lungo periodo di ricovero in ospedale. Le uniche persone con cui può relazionarsi in questo tempo siamo noi operatori sanitari. Anche in queste condizioni sfavorevoli infatti, non possiamo non trovare il modo di stare accanto ai nostri pazienti e prenderci cura di ogni loro bisogno.

Penso all’ascolto in un reparto di cure intensive. La prima cosa che mi viene in mente è il rumore continuo e quasi estenuante dei monitor che rilevano i parametri vitali, dei respiratori che ventilano i polmoni dei pazienti e delle pompe che somministrano i farmaci che sostengono l’attività del sistema cardiovascolare.

Davanti ad una persona che dorme profondamente e che respira solo per mezzo di un tubo penso che il primo e più importante ascolto che le posso offrire è quello rivolto al suo corpo: il battito del cuore, che viene riprodotto ritmicamente attraverso segnali acustici, la saturazione dell’ossigeno, il numero degli atti respiratori.

Ascolto, per cogliere ad esempio eventuali segni di dolore, testimoniati dall’aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa. È necessario ascoltare come reagisce il corpo alla posizione in cui viene posto, i bisogni che presenta, come se per esempio comincia a formarsi una lesione e necessita di essere mobilizzato e medicato.

In queste condizioni sono i suoi organi che comunicano e l’ascolto di questi possono farlo solo alcuni, primi fra tutti i medici, che hanno dedicato anni di sacrifici per questa missione.

Questo ascolto mi insegna una cosa: da questa esperienza credo non si impari mai abbastanza; mi sembra sempre di perdere qualcosa, qualche aspetto e insegnamento importante per la mia vita. Mi piacerebbe cogliere insegnamenti da ricordare sempre e che non passino in secondo piano una volta che è tutto finito.

Mi fermo a riflettere, attraverso il contatto così ravvicinato con queste persone, e vengo portato a rimettere in discussione tutto. Rimanere quotidianamente a contatto con questa sofferenza, anche se difficile, mi costringe a mantenere gli occhi aperti sulla realtà di me stesso e di tante cose che, proprio nella quotidianità, appaiono scontate.

Il contatto con queste persone, per chi vuole ascoltare, non può che dare la giusta dimensione anche alle prove che ciascuno di noi vive ogni giorno. Ascoltare inizia anche dal corpo. Anche lui ha molte cose da dirci e le parole, ora, non riescono ad esprimere.

Il corpo parla… e con il suo linguaggio, mi chiede di stargli vicino. Ascoltare è forse farsi vicini; l’ascolto forse altro non è che vicinanza.

Un infermiere coraggioso