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Posso sognare

TI SEI MAI CHIESTO PERCHÉ A VOLTE SMETTIAMO DI SOGNARE? TRATTO DA UNA STORIA VERA…

“Vi va di leggere una storia?” Inizia così una serata che cambierà per alcuni di noi la direzione di marcia della propria vita, per altri la confermerà.

È buio, fa freddo, piove. Siamo sempre lì, a Roma Termini, la nostra seconda casa; per molti, purtroppo, la prima. Seduti a terra, riparati da ombrelli rimediati, ci guardiamo e decidiamo di leggere assieme la storia di Giuseppe ‘il sognatore’, Giuseppe il principe d’Egitto. Con noi, due ragazzi provenienti da angoli opposti del mondo, ma uniti come fratelli nello stesso angolo di strada.

Lasciamo la lettura a uno di loro: pian piano, le vicende di Giuseppe si fanno spazio in quel salotto improvvisato, tra pittoresche interpretazioni e traduzioni stentate.

Non ci importa se mancano poltrone comode e tazze di tè, ciò che conta è poter dire a quei ragazzi che i sogni, i loro sogni, valgono e hanno il diritto di rimanere in vita, anche quando la vita stessa pare dire un grande NO.

È d’obbligo, oltre che necessario, in una serata come questa, mettersi in gioco: inutile parlare dei sogni altrui se non siamo disposti a condividere i nostri. “Cosa sogni, cosa sogniamo?”. Sul piatto viene messo di tutto: amici, famiglia, accoglienza, tolleranza aiuto.

Non c’è un camino, nel nostro salotto, ma una fiamma si accende e riscalda assai. Quei ragazzi che non possiedono nulla, dimenticati, rifiutati, non voluti, giovani eppure già sovraccarichi di dolore, sognano e hanno voglia di raccontarlo. Il bambino che vive in loro si sveglia, parla, racconta, urla al mondo intero che lui è lì e vuole essere visto, accudito, ascoltato. Il nostro, di bambino, sorride commosso. Assieme, i bambini ridono.

Ci lasciamo augurandoci una buona notte e buoni sogni.

Qualche settimana più tardi, incontriamo il ragazzo che quella sera ha letto la storia: la lama di un coltello sbuca da una tasca della sua giacca. Parla, confuso, di vendetta, di “giustizia”. Lasciamo scorrere quel fiume di parole, lasciamo che quegli occhi neri ci scrutino nel profondo e ci interroghino fino a farci male. Poi tocca a noi.

“Perché non ci consegni il coltello? Lascia che lo custodiamo noi!”. Non serve altro. Quando un cuore chiede è il cuore a rispondere, nulla resiste all’Amore. Il ragazzo mette la mano in tasca, afferra il coltello e ce lo porge. Tra le nostre mani, quell’oggetto piccolo e privo di valore ha il peso di una spada. Lì, su un marciapiede, nel viavai di persone, immersi nel rumore di ruote di valige e clacson, lui ci affida ciò che gli trafigge il cuore, la sua rabbia, il suo dolore.

Non c’è molto da dire, niente da fare, quegli occhi smettono di sfidarci e iniziano a chiederci di condividere, di portare assieme il peso della sofferenza e del tormento, di mischiare il nostro sangue a quello di una ferita che fa troppo male e che non può più essere sopportata in solitudine.

“Non buttatelo!” – ci intima, scherzando, prima di separarci. Non lo faremo.

Quel coltello ci ricorda ogni giorno ciò da cui siamo partiti, ciò che ci spinge a consumare scarpe lungo le strade, nelle stazioni, sui mezzi, negli ospedali. Dove saremmo, noi, ora, se nessuno avesse ascoltato l’urlo delle nostre ferite? Di che colore sarebbero i nostri giorni se non sapessimo che, ogni volta che quell’urlo torna a farsi sentire, c’è qualcuno pronto a tenderci la mano?

I sogni muoiono dove non ci sono mani disposte a sfilare le lame che ci trafiggono, ma tornano a vivere lì dove qualcuno, con tenerezza e audacia, impugna la spada e tira forte verso il basso.

Rosita