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Credo e vivo

“IL VIRUS CHE MI FA PAURA, OGGI COME IERI…”

Zaino in spalla, faccia assonnata e capelli arruffati. La strada che percorro è quella che ogni mattina mi conduce a lavoro. Oggi, però, c’è qualcosa di diverso: luci soffuse, il silenzio è irreale, la calma pure. Poche persone camminano veloci. Incrocio lo sguardo di una ragazza, ne scorgo a malapena gli occhi, il resto del volto è coperto da una mascherina.

Mi fermo per qualche istante , manca qualcosa. Non sento voci, né rumori; nessuno mi spinge o mi taglia la strada. Un interrogativo inizia a farsi spazio nella testa: ho sbagliato giorno, orario, treno, città?

Roma Termini, 07.45, lunedì mattina. Non posso fare a meno di scattare una fotografia: la stazione deserta nel pieno della settimana lavorativa è evento da immortalare. Conserverò gelosamente tra i ricordi il mio scatto all’effetto Coronavirus.

Se ne parla da settimane, impossibile sfuggire ai “dibattiti tra esperti” in ufficio, al bar, alla cassa del supermercato. Le notizie si diffondono, la paura cresce. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti, i miei oggi ne sono colpiti in particolar modo.

Svicolo tra polemica e politica, cerco la linea di confine tra prudenza e allarme e mi ci siedo per un po’. I riflettori sono tutti puntati in un’unica direzione: ma cosa rimane nell’ombra?

Cosa non vedono tutti quegli occhi che sbucano oltre l’orizzonte di una mascherina? Cosa non toccano quelle mani pulite, disinfettate?

Il virus che mi fa paura, oggi come ieri, non è quello di cui tutti parlano. Si aggira indisturbato e subdolo, miete vittime a ogni passo, ride e si fa beffe di noi. Lo chiamano “indifferenza”, si nutre di sguardi negati e di mani non date, dell’urlo soffocato di chi, non visto e non ascoltato, piano piano si spegne.

Mi chiedo se il focolaio non ci stia distraendo, portandoci lontani dal focolare, dal nostro centro, dal nostro autentico fuoco; se la paura del contagio non sia in realtà rifiuto del contatto; se “precauzione” non sia sinonimo di “distacco”.

Mi chiedo quanto possa far male l’isolamento. Non quello, provvisorio, di piccole città del Nord Italia, ma quello in cui rileghiamo gli ultimi, i malati, i poveri.

“Di poco si vive, di niente si muore”. Questa è la verità che regala Antonio, ottant’anni, troppi dei quali passati a Termini. È un Niente che ti entra dentro, ti divora e ti mette al tappeto. Nella migliore delle ipotesi, punta il dito su di te, ti guarda per un attimo e poi si volta dall’altra parte.

“Stai attenta a dove vai, a cosa fai, a chi incontri: c’è il Coronavirus!”. Nel momento in cui il Paese in cui vivo è piegato dall’inquietudine e dal panico, dalla rabbia e dall’intolleranza, scelgo di inginocchiarmi di fronte a chi la corona la indossa, di sporcarmi le mani, di non rispettare le distanze di sicurezza.

Leggo di Quarantena, ma rivolgo lo sguardo alla Quaresima. Nel mio deserto scelgo di prendermi cura del Poco, quello che dona vita, luce, speranza, e che per molti può diventare Tutto.

Scelgo di aprire il cuore: non c’è virus che possa sconfiggere l’Amore!

Rosita