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Posso sognare

“GRAZIE A QUELL’ASCOLTO ERO RITORNATO A SOGNARE!” (Traduit en Français)

Questa avventura è nata da un’esperienza. D’altronde si sa, i sogni di Dio non sono scritti a tavolino, ma si formano a partire da dolori, fatiche, gioie, incontri, scontri e rinascite.

Siamo in estate. Ci troviamo tra compagni di viaggio a pregare e cercare di intravedere quelli che possono essere i sentieri attraverso cui Dio ci sta guidando. Lì avviene qualcosa di ordinario e allo stesso tempo straordinario. Forse per la prima volta nella mia vita avviene – quello che io chiamo – uno scontro e incontro tra la mia storia e la Parola di Dio. E nasce una domanda, delle domande: cosa mi ha fatto rialzare, tornare a sognare, quando tutto sembrava andare male? Cosa ha riacceso la speranza quando camminavo con fatica nei sentieri della vita? Ho interrogato la mia storia, ma anche quella di chi conosco e che, in qualche modo, era ritornato a sognare. Ecco che ne scoprii il segreto: un ascolto, l’ascolto; quello autentico, sincero, paziente, silenzioso. Era vero: da quando feci esperienza di questo ascolto, ritornai poco a poco a sognare.

Ecco che quasi per combinazione, ma forse non a caso, mi imbatto nel racconto dei discepoli di Emmaus. Mi ci riconosco e riconosco la storia di tante persone che negli anni ho avvicinato. Forse è uno dei pochi testi dove non si parla esplicitamente di ascolto. Sì, non se ne parla; ma forse proprio in quel racconto lo si mette in atto. E mi sono detto: Perché non iniziare da lì?

La mia storia, la storia di tanti di noi non è molto lontana da quei due discepoli che, nel giorno più importante della storia dell’umanità, decidono, per il troppo dolore, di tornarsene a casa loro delusi, arrabbiati, soli; rassegnati.

Tutto parte da questa scintilla tra la Parola di Dio e la mia, la nostra vita. La condivido subito con alcuni compagni di viaggio. Accettiamo la sfida. Qualcuno deve pur iniziare.

Soli, prendiamo i mezzi che dalla parrocchia di Sant’Ugo arrivano nel crocevia di Roma: Termini. Avevamo solo un Rosario tra le mani e il desiderio di condividere l’esperienza di un ascolto che aveva cambiato la nostra vita. Ed approdiamo a Termini, poi Tiburtina, ma anche in altre stazioni metro. È sera tardi; vediamo poca gente a quell’ora. Iniziamo a camminare sui marciapiedi della stazione con la certezza che c’era qualcUno ad anticiparci. E così facciamo il primo incontro con un ragazzo di strada.

Aliì1 è steso a terra, lì su un marciapiede. È giovanissimo. Mentre stavamo camminando, il suo sguardo incontra il nostro. Ci fermiamo e iniziamo a conoscerci. “Aliì, ti va di raccontarci la tua storia?” Accetta e passiamo parecchi minuti in ascolto. Non diciamo nulla. Ad un certo punto succede qualcosa. Gli occhi diventano lucidi. Gli dico: “Se vuoi, puoi raccontarlo!” Ci svela alcuni episodi di violenza subita. Sono raccapriccianti. Le lacrime iniziano a scendere copiose sul suo volto. Si copre il viso ed inizia a tremare tutto. Noi stiamo lì, in silenzio. Passa un po’ di tempo e alza lo sguardo. Non ho una spiegazione da dargli per tanto male subito; nessuna. Gli dico, col cuore a pezzi: “Aliì; mi dispiace per quello che ti hanno fatto!” Siamo tutti commossi. Ci guarda nuovamente e ci dice: “Aspettavo, da sempre, qualcuno che mi dicesse: Mi dispiace!”. E tornò a sorridere…

Le sere successive gli incontri continuano. Non offriamo nulla se non un po’ di ascolto. Da quei cuori, dopo un po’ di resistenze, escono rabbia, dolore, frustrazione, violenza. Non pensavamo che solo l’ascolto generasse una tale apertura. E inizia il passaparola tra coloro che vivono la strada, e sera dopo sera, i ragazzi sono sempre più numerosi. Ci lasciano con la frase che ha commosso i nostri cuori: “Grazie!” Seguita da: “Quando tornate?” Ci viene in mente Emmaus e quei chilometri percorsi a lamentarsi, stanchi della vita, ignari che Dio non era morto, ma fosse invece ancora vivo e camminasse dinnanzi a loro. E invece ancora tanti, nella nostra città, stanno percorrendo quel cammino.

Ma sentivamo che non dovevamo fermarci. Siamo partiti per un altro cammino: il reparto di oncologia del Sant’Andrea. Anche qui, abbassate le difese, ci si imbatte in ascolti che ti segnano per la profondità ed il dolore. Abbiamo scoperto però un silenzio che trasforma, come se dicesse all’altro: “Mi dispiace per tutto questo male!”. Dinanzi al dolore, davanti all’ingiustizia, non ci sono spiegazioni che diano ragione di tanto male. Quel ‘mi dispiace’ ci ha fatto entrare nel dolore dell’altro. Quel tuffo così faticoso ma ricco di vita ci ha fatto scoprire una cosa particolare: tanti, troppi, vivono come i discepoli di Emmaus; hanno ancora il cuore e la mente sul loro Golgota, davanti a quel male ingiusto. Vivono ancora il loro venerdì santo, benché sia già Domenica, benché Dio abbia già vinto.

Abbiamo compreso allora che questo tipo di ascolto ci faceva entrare nel dolore e nella rabbia di molti, in punta di piedi, senza fretta, e che molte volte quel ‘mi dispiace’ non detto con le parole, ma vissuto nei nostri cuori o quel silenzio ricco di emozioni e presentato a Dio bastava a spezzare la catena che teneva quella persona ancora legata ad un evento o ad un dolore passati, impedendogli di vivere il presente.

Sono in oncologia. Incontro Anna. Ha il cancro. È atea. Così si definisce. Ci presentiamo ed inizio a farmi raccontare le sue giornate. Ma lei si apre e racconta tutta la sua storia. Dopo un lungo momento le chiedo quale fosse la cosa più dolorosa di cui volesse liberarsi. Non mi parlò del cancro. No. Mi parlò di un’incomprensione in famiglia. Il suo volto si rigò di lacrime. Non dissi nulla. Restai lì, per molto tempo, in silenzio. Le chiesi se potevo portare quelle lacrime nella messa che stavo per seguire nella cappella ospedaliera. Mi diede il suo consenso. Prima di uscire dalla porta mi richiamò indietro e fu lei a chiedermi una cosa. “Luca, posso darti un bacio sulla guancia?” Sorpreso, accettai. E aggiunse: “Portala al tuo Dio!” E tornò a sorridere.

In questi mesi ci sono state tante Anna. Ma ci sono stati anche dei rifiuti. E come per Emmaus, abbiamo scoperto, alla scuola del Maestro quanto, in questo tipo di ascolto, sia importante accettare di non ‘farsi riconoscere’.

E così ascoltiamo padri di famiglia, nonni, giovani, mamme, ammalati, persone fragili. Li incontriamo. Non offriamo un servizio. Andiamo loro incontro, lì dove vivono: la strada, i sottopassi della nostra città, gli ospedali, le case popolari della parrocchia, il sagrato della nostra chiesa, i gruppi giovani, ma anche le famiglie cosiddette tranquille, apparentemente serene. Iniziamo dalle storie. L’ascolto inizia lasciando l’altro raccontarsi.

Siamo noi che andiamo lì, dove sono, e intercettiamo questo bisogno di ascolto, come avvenne sul cammino di Emmaus. E ci accorgiamo sempre che Dio ci anticipa. Lo capiamo dalla profondità delle condivisioni, dalle lacrime che lasciano finalmente andare un dolore passato, dai silenzi che permettono a Dio di operare nei cuori. Dio è realmente all’opera.

Da lì a poco, con il passaparola, vedo unirsi altri giovani, accomunati dallo stesso desiderio: mettersi in ascolto. Allora diamo vita in parrocchia a dei ‘Laboratori dell’ascolto’, dei veri e propri Workshop, dove formare, con persone preparate, i giovani che si avventurano all’ascolto.

Quei giovani ora escono in strada, con me, di notte, varcano le soglie dei reparti più faticosi degli ospedali, ma soprattutto hanno iniziato a scoprire quanto sia bello ascoltare, ascoltarsi e ascoltare Dio.

Una sera mi dissero: Perché non raccontare tutte queste storie a quanti non possono fare la nostra stessa esperienza? Ci inventammo allora un blog, che si chiama LifeRoads, ovvero Cammini di vita. È in collegamento con la parrocchia. Lì abbiamo scelto di raccontare la vita, narrarla, testimoniarla. La vita raccontata è inattaccabile.

Posso dirvi una cosa? In questi mesi ho scoperto quanto Dio non si è stancato dell’umanità, quanto Dio non si è stancato di me, di noi. Ve lo posso dire con tutte le mie forze. Posso dire, possiamo dire che Dio sta ancora percorrendo le strade, i marciapiedi, i corridori degli ospedali, i sagrati delle chiese, in cerca di chi ascoltare, perché nell’ascolto, alla scuola del Risorto, le vite possono cambiare.

Tanti mi chiedono: “Ma che fate concretamente?” Rispondo: “Nulla di particolare.” Camminiamo con loro! L’ascolto non si fa da seduti. Questo è quello che ci ha insegnato Dio in Emmaus e grazie a questa nuova avventura. Oggi più che mai l’ascolto che sentiamo di testimoniare è un ascolto in cammino, che accetta di non fare nulla o poco, ma che desidera entrare nel dolore altrui, che sogna… per far tornare a sognare. È un ascolto che poi accetta di ‘scomparire’ quando chi ascoltiamo ha visto in quell’incontro il sorriso di Dio.

Non siamo persone straordinarie. Siamo ragazzi e ragazze che hanno sperimentato quanto l’ascolto possa far tornare a sognare. Questo ascolto ci fa fatto capire inoltre quanto ascoltarsi, ascoltare chi ci sta accanto, e ascoltare Dio sia un bisogno fondamentale della persona, che non nasce da urgenze, ma è naturale quanto il bisogno di respirare, dormire, amare. Senza ascolto si è condannati a morire silenziosamente.

E noi come stiamo? Bella domanda. Nell’esperienza cristiana i frutti sono la cartina al tornasole. Quando si ascolta si impara ad ascoltarsi e ad ascoltare Dio. Non c’è dono più grande. Perché dove c’è ascolto ci sono i segni del Risorto, le vestigi della vita che vince sulla morte e ci dona la pace.

Sono Luca, siamo un gruppo di ragazzi e ragazze, siamo una parrocchia, quella di Sant’Ugo, siamo in cammino.

Vi vorrei lasciare con un augurio: ascoltando autenticamente, vi garantisco che non smetterete di contemplare l’opera di Dio nella vita di tanti.

Buon ascolto, in cammino, a tutti voi. Grazie!Luca Drusian

1I nomi sono inventati nel rispetto delle persone.

Traduction en Français

GRÂCE À L’ÉCOUTE, J’AI RECOMMENCÉ À RÊVER!

Cette aventure est née d’une expérience. Nous le savons, les ‘rêves’ de Dieu ne s’écrivent pas autour d’une table, mais naissent à partir de douleurs, de fatigues, de joies, de rencontres, d’affrontements et de renaissances.

Nous sommes en été. Nous nous retrouvons avec quelques amis pour prier et essayer d’entrevoir quels pourraient être les chemins par lesquels Dieu nous guiderait. Il se passe alors quelque chose d’extraordinaire et d’ordinaire à la fois.

Peut-être pour la première fois de ma vie a lieu ce que j’appellerais une ‘collision’, un af rontement et une rencontre entre mon histoire et la Parole de Dieu.

Alors, une question… des questions se posent: qu’est-ce qui m’a permis de me relever, de retrouver l’élan de vie, d’espérer, de rêver à nouveau quand tout, dans ma vie, semblait aller si mal? Qu’est-ce qui a ravivé en moi l’espérance lorsque je marchais avec peine sur les sentiers de la vie?

C’est alors que j’ai interrogé mon histoire ainsi que les personnes que je connaissais et qui, en quelque sorte, avaient recommencé, petit à petit, à ‘rêver’. J’ai découvert avec étonnement le secret: l’écoute, cette écoute-là! Une écoute authentique, sincère, patiente et silencieuse de la vie.

C’était vrai: depuis que j’ai expérimenté cette qualité d’écoute, j’ai repris espoir, j’ai recommencé à rêver.

Mais voilà que, par association d’idées, mais peut-être pas par hasard, je tombe sur le récit des disciples d’Emmaüs. Je m’y reconnais et je reconnais l’histoire de nombreuses personnes que j’ai rencontrées au fil des années. C’est peut-être l’un des rares textes qui ne parle pas explicitement de l’écoute, mais c’est justement dans ce récit que nous voyons la mise en œuvre. Et je me suis demandé : pourquoi ne pas partir de là?

Mon histoire, l’histoire de beaucoup d’entre nous, n’est pas très différente de celle de ces deux disciples qui, le jour le plus important de l’histoire de l’humanité, décident, par un accroissement de peine et de douleur, de rentrer chez eux déçus, en colère, seuls et résignés.

Tout part de cette étincelle entre la Parole de Dieu et mon histoire, notre histoire. Je le partage immédiatement avec mes amis. Nous acceptons le défi. Quelqu’un doit bien se lancer!

Seuls, nous prenons le bus pour arriver de la Paroisse de Sant’Ugo au carrefour de Rome: Termini. Nous n’avions qu’un chapelet entre les mains et le désir de partager cette expérience que nous venions de découvrir et qui avait changé notre vie. Nous atterrissons à Termini, puisTiburtina, mais aussi dans d’autres stations de métro. Il est tard, il fait nuit; nous ne voyons que peu de gens à cette heure-là. Nous commençons à marcher sur les trottoirs de la gare avec la certitude qu’il y avait quelqu’Un qui nous précédait. Et c’est ainsi que nous faisons la première rencontre avec un garçon de la rue.

Ali est allongé par terre, là sur un trottoir. Il est très jeune. Alors que nous sommes en train marcher, son regard rencontre le nôtre. Nous nous arrêtons et commençons à faire connaissance. “Ali, voudrais-tu nous raconter ton histoire?”. Il accepte et nous passons plusieurs minutes à l’écouter. Nous ne disons rien. Puis, soudainement, quelque chose se passe. Ses yeux deviennent brillants. Je lui dis: “Si tu veux, tu peux me raconter…”. Il nous révèle les violences qu’il a subies. Elles sont effrayantes. Les larmes commencent à couler abondamment sur son visage. Il se cache les yeux et commence à trembler. Nous sommes là, en silence. Enfin, il relève la tête et son regard rencontre le nôtre. Je garde le silence car je n’ai rien à lui dire pour tout le mal qu’il a subi; rien. Quand tout à coup, le cœur brisé, je lui dis : “Ali; je suis désolé pour ce qu’ils t’ont fait!”. Nous sommes tous émus. Il nous regarde à nouveau et dit: “J’attendais depuis longtemps que quelqu’un me dise: je suis désolé pour ce qu’ils t’ont fait!”. Et il commence à sourire…

Les soirs suivants, les rencontres se poursuivent. Nous n’offrons rien d’autre qu’un peu de temps.

Ces cœurs expriment d’abord une certaine résistance, puis émergent la colère, la douleur, la frustration et la violence. Nous ne pensions pas que l’écoute générerait une telle ouverture. Le bouche à oreille commence chez ceux qui vivent dans la rue et, soir après soir, les personnes sont de plus en plus nombreuses. Avant de les quitter, elles nous livrent une parole qui émeut nos cœurs: “Merci!”, suivie de : “Quand revenez-vous?”.

Emmaüs nous revient à l’esprit, comme tous ces kilomètres parcourus par les disciples en se plaignant, fatigués de la vie, ignorants que Dieu n’était pas mort, mais était toujours vivant et marchait devant eux. Et combien de personnes, dans nos villes, suivent encore ce chemin?!

Nous percevions que nous ne devions pas nous arrêter là. Nous sommes alors partis vers d’autres chemins : le service d’oncologie de l’Hôpital Sant’Andrea. Ici aussi, une fois le système de défenses abaissé, nous écoutons des histoires qui nous marquent par leur profondeur et la douleur vécue. Voici que nous avons aussi découvert un silence qui transforme, comme s’il disait à l’autre: “Je suis désolé pour tout ce mal que tu as vécu!”. En effet, face à la douleur, face à l’injustice, il n’y a pas d’explications qui donnent raison à tant de mal.

Ce ‘je suis désolé’ nous fait entrer dans la douleur de l’autre. Cette ‘plongée’ dans la souffrance, si fatigante mais cependant pleine de vie, nous a fait découvrir une chose particulière: beaucoup, trop, vivent comme les disciples d’Emmaüs; ils ont toujours leur cœur et leur esprit sur leur Golgotha, devant ce mal injuste subi. Ils vivent toujours leur vendredi saint, bien que ce soit déjà Dimanche, bien que Dieu soit déjà vainqueur, pour eux aussi.

Nous avons alors compris que, ce qui caractérise la particularité de cette écoute, c’est d’entrer dans la douleur et la rage de beaucoup, sur la pointe des pieds, sans hâte. Souvent ce «je suis désolé» (non pas dit avec des mots, mais vécu dans nos cœurs) ou bien le silence plein d’émotions et présenté à Dieu, étaient suffisants pour briser la chaîne qui maintenait ces personnes toujours liées à un événement ou à une douleur du passé, les empêchant de vivre le présent.

Je suis en oncologie et je rencontre Anna. Elle a un cancer. C’est une athée, comme elle s’est définie. Nous nous présentons et je lui demande de me raconter ses journées. Mais Anna ouvre son cœur et me raconte toute son histoire. Après un long moment, je lui demande quelle a été la chose la plus douloureuse dont elle voudrait se libérer. Elle ne m’a pas parlé pas de son cancer. Non! Elle me parle d’un malentendu dans sa famille. Son visage est rempli de larmes. Je ne dis rien. Je suis resté, devant elle, longtemps, en silence. Au bout d’un moment je lui demande si je pouvais ‘déposer’ ses larmes à la messe que j’allais écouter à la chapelle de l’hôpital. Elle m’a donné son consentement. Avant de la quitter, elle me rappelle et là elle me dit: “Luca, je peux t’embrasser sur la joue?”. Surpris, j’accepte. Et elle ajoute: “Apportez-le à votre Dieu!”. Et à ce moment-là elle recommence à sourire…

Ces derniers mois, il y a eu beaucoup d’Anna. Mais il y a eu également des refus. Comme pour Emmaüs, nous avons découvert, à l’école du Maître combien, dans cette qualité d’écoute, il est important d’accepter de ne pas être ‘reconnu’.

Et ainsi nous avons commencé à écouter les pères de famille, les grands-parents, les jeunes, les malades, les personnes fragiles. Nous les rencontrons. Nous n’offrons aucun service. Nous allons à leur rencontre, là où ils vivent: la rue, les passages souterrains de notre ville, les hôpitaux, les maisons populaires de la paroisse, notre église, les groupes de jeunes, mais aussi les familles soi-disant en paix, apparemment sereines. L’écoute commence par laisser l’autre se raconter.

C’est nous qui allons là où ils vivent et nous saisissons leur besoin d’être écoutés, comme cela s’est produit pour les disciples sur le chemin d’Emmaüs. Nous remarquons toujours que Dieu nous précède. Nous le comprenons par la profondeur de l’échange, par le jaillissement des larmes qui libèrent de la douleur du passé, par les silences qui permettent à Dieu de labourer les cœurs. Dieu est vraiment à l’œuvre.

Peu de temps après, grâce au bouche à oreille, je vois d’autres jeunes nous rejoindre, partageant le même désir: se mettre à l’écoute. C’est alors que nous donnons naissance à des ‘Ateliers’, des véritables laboratoires, où nous formons, avec des personnes compétentes, des jeunes qui osent s’aventurer dans cette nouvelle expérience.

Ces jeunes sortent maintenant dans la rue, avec moi, la nuit. Ils franchissent le seuil des services les plus exigeants des hôpitaux, mais surtout ils ont commencé à découvrir combien il est beau d’écouter, de s’écouter et d’écouter Dieu. Un soir, ils m’ont dit: Pourquoi ne raconterions nous pas toutes les histoires que nous vivons à tous ceux qui ne peuvent pas vivre nos expériences? Nous avons donc créé un blog, qui s’appelle CAMMINI DI VITA ou LifeRoads, où nous avons choisi de raconter la vie, et d’en être témoins. Car la vie qui est ainsi ‘racontée’ est indiscutable, inattaquable.

Puis-je vous dire quelque chose? Au cours de ces mois, j’ai découvert combien Dieu ne s’est pas lassé de l’humanité, combien Dieu ne s’est jamais lassé de moi, de nous. Je peux vous le témoigner avec toutes mes forces. Je peux dire, nous pouvons dire que Dieu marche encore dans les rues, parcourt les trottoirs, les corridors d’hôpitaux, nos églises, à la recherche de tous ceux qui désirent être écoutés, parce qu’en écoutant, à l’école du Ressuscité, la vie peut changer.

Beaucoup me demandent: “Que faites-vous concrètement?” je réponds: “Rien de particulier”. Nous marchons avec eux! L’écoute ne se fait pas assis. C’est ce que Dieu nous a appris dans le récit d’Emmaüs. Grâce à cette nouvelle aventure, aujourd’hui plus que jamais, nous pressentons que cette expérience est une écoute en chemin qui accepte de ne rien faire, ou si peu, mais qui désire entrer dans la souffrance d’autrui et ‘rêver’… pour permettre à ceux que nous rencontrons de recommencer à rêver. C’est une écoute qui accepte même alors de ‘disparaître’ lorsque ceux qui sont écoutés ont rencontré le sourire de Dieu.

Nous ne sommes pas des personnes extraordinaires. Nous sommes des jeunes, garçons et filles, qui ont expérimenté à quel point l’écoute peut redonner le goût de rêver et d’espérer. Cela nous fait également comprendre à quel point s’écouter, écouter ceux qui nous entourent et écouter Dieu est un besoin fondamental de la personne, qui ne découle pas des urgences, mais c’est quelque chose d’aussi naturel que le besoin de respirer, de dormir et d’aimer.

Sans écoute, on est condamné à mourir silencieusement.

“Comment allons-nous?” Belle question! Dans l’aventure chrétienne, les fruits de l’expérience sont un test décisif. Lorsque nous nous écoutons, nous apprenons à écouter l’autre et à écouter Dieu. Il n’y a pas de plus grand don! Car là où il y a l’écoute, il y a les signes du Ressuscité, les vestiges de la Vie qui l’emportent sur la mort et nous donne la paix.

Je suis Luca, nous sommes un groupe de jeunes, nous sommes d’une Paroisse, celle de Sant’Ugo, nous sommes ‘en route’. Je désire vous laisser un souhait: en écoutant avec authenticité, je vous assure que vous ne cesserez de contempler l’œuvre de Dieu dans la vie de beaucoup.

Bonne écoute, ‘en route’, à vous tous!

Merci !

Luca Drusian