Domenica 25 Gennaio - III domenica del tempo ordinario (ANNO B) Giustamente viene osservato nel sito che ci fornisce link e testi della liturgia quotidiana che quella di oggi è la prima predica di Gesù nel suo ministero pubblico, secondo il vangelo di Marco. E’ un Gesù che vive e assume positivamente un momento critico costituito dall’arresto di Giovanni e non se ne lascia paralizzare; al contrario, si mette in movimento, o meglio continua nel suo stile di muoversi e andare verso … Ma verso dove oggi cammina? Non verso i luoghi sacri del tempio a Gerusalemme né verso la sinagoga che pur frequenta costantemente, né verso scuole teologiche (X. Pikaza): no, Gesù va verso il mare di Galilea, quella terra da cui si dice che non può venir nulla di buono e verso quel mare che nelle Scritture simboleggia la dimora del Leviatano, l’abisso insondabile dove viene collocata l’abitazione delle forze maligne … Va anche verso la quotidianità di pescatori che raccolgono reti o le preparano per la pesca notturna. E’ vero, lì ci sono discepoli di Giovanni Battista, in qualche modo già preparati nel cuore dalla predicazione profetica del precursore e al quale anche Gesù ha voluto in qualche modo sottomettersi ponendosi in fila per farsi battezzare … Ma la scelta di privilegiare il quotidiano nella sua laicità per iniziare è chiara. I primi discepoli sono dunque pescatori, che Gesù chiama per unirli a sé, manifestando quindi chiaramente anche un’altra sua scelta, che è quella di non camminare da solo: Gesù convoca come uno shofar vivente che risuona e unisce, crea ponti di luce, intreccia i fili di reti invisibili con cui i suoi pescatori di pesci saranno trasformati in pescatori d’uomini. E così ancora un’altra scelta ci si fa trasparente: la chiamata di Gesù abbraccia e trasforma le persone toccate, ma non nel senso di cambiarle in qualcosa d’altro (per esempio, rendendo da pescatori panificatori o architetti o giudici o chissà altro che), ma semplicemente quello che si è soltanto a un livello più profondo e talmente scavato in profondità da aprire dilatazione e innalzamento. La grazia di Dio non distrugge l’umano, lo porta a compimento (s. Tommaso d’Aquino; s. Pedro Poveda). La chiamata per tutti, che i discepoli scelti a due a due dovranno assumere come propria sia lasciandosene trasformare sia annunciandola a loro volta, è a convertirsi perché il regno di Dio è vicino e questa vicinanza espressa da Gesù non è cronologica, ma ontologica, sostanziale: Dio infatti non è mai stato così vicino come in questo momento in cui si è fatto uno di noi e cammina in mezzo a noi. Poi col dono dello Spirito Santo diverrà addirittura interno laddove venga accolto, ma intanto ora è il momento di massima vicinanza e per questo, dal mezzo della nostra umanità può convocare a trasformazione che è approfondimento, dilatazione e innalzamento dei nostri orizzonti fino ad abbracciare tutta l’umanità col creato, ogni umanità con ogni creatura. Amore di accoglienza, abbattimento di barriere che in gran parte si rivelano sempre essere soltanto costruzioni mentali.

Il racconto edificante e metaforico di Giona che viene inviato a chiamare a conversione i peccatori niniviti (ma leggiamo oggi qui la seconda chiamata perché alla prima Giona, sottraendosi, ha risposto andando dalla parte opposta e cercando di nascondersi nel fondo di una stiva da dove il Signore mediante una tempesta e marinai pagani oranti assai più di lui lo ha stanato, consegnandolo poi alla protezione di una balena che nel custodirlo lo ha anche rigenerato) ci pone di fronte il tema della chiamata nella sua dimensione universale, rivolta a peccatori e lontani, proprio come ci indica l’orazione colletta; e ci apre anche all’orizzonte sconfinato della misericordia di Dio verso tutti, un Dio che ha a cuore i pagani peccatori niniviti non meno che il suo popolo, un Dio che ama tutti amando ciascuno e stringendo alleanze profondissime tanto personali quanto universali. I niniviti ci insegnano che davvero, come del resto dice anche Gesù, coloro che noi consideriamo peccatori come fossero esterni a noi e lontani invece ci passano avanti nel regno dei cieli, ben più rapidi e totali nel muoversi a conversione: si convertono tutti, dal più piccolo al grande, e interamente, rivestendosi di sacco in digiuno proprio a simboleggiare questa totalità di conversione.

Paolo, al termine di un capitolo dedicato a rispondere a un quesito della comunità di Corinto su matrimonio e verginità nel regno di Dio, ammaestra tutti, coniugati e vergini, sulla brevità del tempo: non sappiamo se Paolo ritenesse che sarebbe stato breve anche quantitativamente, in fondo almeno a livello di vicende personali lo è perché la vita vola ed è un soffio … ma certamente anche qui la brevità è sostanziale, proprio come in Gesù il regno di Dio è vicino. Per questo la chiamata è a vivere “come se” non avessimo affetti speciali né sentimenti dominanti di dolore o gioia né possessi di alcun tipo: quel come se non invia a disincarnazione, ma a porre dentro l’incarnazione piena quella capacità di distacco necessario, quel non identificarsi con nessuna situazione né con alcuna creatura, quel non mettere al centro di noi nulla di creato, ma soltanto il Signore, che posto nel centro ridona vita a tutto. Nel centro soltanto il Signore ci può stare perché soltanto Lui può conferire consistenza, profumo e lucentezza a ogni cosa, ricollocata nel posto che gli compete. E anche questo è misericordia di Dio per noi, anche questo è convertirsi e credere nel vangelo (A. Jori).

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