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Credo e vivo

“NELLA FESTA DI SANT’UGO ABBIAMO PENSATO AI VOLTI DELLA NOSTRA GENTE!”

Sono trascorse poche ore dalla festa di Sant’Ugo e la Parrocchia dove abito è dedicata proprio a questo santo. È infatti il 1° aprile la Festa liturgica di questo monaco e vescovo francese. Siamo in tempi di coronavirus e si sente maggiormente il senso di appartenenza ad una Comunità bella e gioiosa come la nostra.

Da quando è iniziata la Quaresima, che coincide quest’anno anche con i giorni della quarantena, noi sacerdoti ci ritroviamo insieme la mattina per celebrare le Lodi. E ieri lo abbiamo fatto con uno spirito diverso dal solito: abbiamo pensato a tutti i nostri parrocchiani, avendo però lo sguardo rivolto verso il Dio della Speranza e della Consolazione.

Nei mesi che precedono la Festa di Sant’Ugo, con gli operatori pastorali, avevamo pensato a questo giorno e desideravamo, tutti, ritrovarci a Celebrare l’Eucaristia e subito dopo vivere un momento di festa per guardarci negli occhi, per abbracciarci, per raccontarci emozioni, gioie, anche qualche ansia.

E invece tutto questo non lo abbiamo potuto fare perché il tempo che stiamo vivendo non ce lo ha permesso.

Ieri sera, noi sacerdoti, ci siamo ritrovati ancora una volta nella nostra bella chiesa per celebrare l’Eucaristia, ma senza poter incrociare i nostri sguardi con quelli del popolo santo di Dio, senza poter sentire quel calore umano che si percepisce quando la chiesa è piena.

Ciò che caratterizza questo tempo particolare è il senso forte di speranza, quella speranza che viene da Dio.

È questa speranza che ci fa guardare oltre e ci permette di pensare al momento in cui tutto questo sarà passato e potremo nuovamente lodare e ringraziare Dio che ci fa sentire come sempre un’unica famiglia. Abbiamo voluto comunque solennizzare la Celebrazione: incenso, canti di gioia, parole di festa ecc…

Abbiamo pensato ai volti della nostra gente, alle loro storie, ai bambini che sono i soliti ‘caciaroni’ ma mancano particolarmente in questo periodo; abbiamo pensato ai nostri giovani, che sembrano lontani ma oggi ci stanno manifestando tutto il loro desiderio di ritornare in questa nostra casa comune; i nostri anziani, ammalati, le famiglie, tutti intorno all’altare per far festa.

Non vi nascondo che mentre stavo concelebrando per un istante mi è ritornata alla mente la poesia di Giacomo Leopardi: “Il sabato del villaggio”. Mi piace pensare alla descrizione che Leopardi fa della discesa della sera, delle ombre e della luna. Mi ritorna alla mente il suono di quella campana, che annuncia la festa che sta per arrivare. Sulla piazza dei ragazzini in gruppo giocano e fanno un lieto rumore. Nel frattempo il contadino torna con sollievo a casa, dove lo attende una sobria cena.

Poi penso a tutte le luci che si spengono intorno e regna il silenzio. Per Leopardi il sabato è il giorno più bello perché in fondo durante la domenica lo sguardo e il pensiero sono rivolti già al lavoro del giorno successivo.

Mi ritornava alla mente questa poesia perché anche noi, passato questo periodo particolare, potremo giungere al giorno nuovo, al giorno della festa, al giorno in cui le nostre storie si intrecceranno nuovamente e potremo ripartire con una consapevolezza in più e cioè che l’altro è importante per me, per noi e che dobbiamo imparare a convivere senza grandi pretesi apprezzando dell’altro per ciò che è e vale per me.

Pensando a domani ancora una volta mi viene in aiuto il Leopardi che si “rivolge” ad un ragazzo immaginario, e gli consiglia di godersi quest’età così bella che è la giovinezza, paragonata ad un giorno allegro, chiaro, sereno, che precede la maturità. Sì, da questa storia, e quella storia che anche noi oggi stiamo costruendo con i nostri silenzi e con le nostre attese, dobbiamo imparare a ringraziare Dio e i fratelli che nella gioia ci permettono di vivere ogni istante della nostra esistenza con il desiderio di saper godere dell’ora presente, della storia che Dio sta realizzando ora, in questo preciso istante della mia, della nostra vita e imparando da Gesù ad Amare ogni piccola cosa che ci capita.

Se leggiamo bene la storia di Sant’Ugo impariamo che nella vita non sempre possiamo scegliere di fare ciò che ci piace.

A soli 27 anni viene messo a capo della diocesi di Grenoble in Francia, ma i suoi desideri sono altri. Desidera infatti fare il monaco, vivere in solitudine per dedicare la sua intera esistenza alla preghiera. Due anni dopo la sua elezione decide infatti di lasciare la diocesi per ritirarsi a vita privata. Gregorio VII non gradisce questa posizione di Ugo, se pur accompagnata da grande umiltà, ed è costretto a ritornare nella sua diocesi per continuare a fare la volontà di Dio.

La figura di Sant’Ugo, in questo periodo, ci insegna a fare nostro quel proverbio che tante volte sento sulla bocca della nostra gente: “L’uomo propone, Dio dispone”.

Non avevamo previsto questo periodo. Avevamo dei sogni da realizzare, avevamo progettato tante cose anche dal punto di vista pastorale eppure siamo “costretti” a rivedere ogni giorno i nostri progetti. Dobbiamo imparare da Sant’Ugo a fidarci della volontà di Dio.

Se impareremo anche noi a fidarci di Dio, a non scoraggiarci, se impareremo che non siamo noi a salvare il mondo, ma Dio, allora forse alla fine di questa avventura anche noi come Simone diremo: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5).

In questo periodo allora, pensando alla gioia che possiamo avere nel sentirci uniti nella preghiera, pensando anche a ciò che rivivremo domani e ricordando il grande Papa San Giovanni Paolo II, che ha consacrato la nostra chiesa di Sant’Ugo e che ci ha lasciato proprio il 2 aprile del 2005, ripetiamo la sua bellissima frase: “Non abbiate paura! aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”.

Don Enzo Fiore