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Tu ed io?

“TI MANCA LA TUA CASA? NO, MI MANCA ‘ESSERE’ A CASA!”

“Il deserto suona, canta, racconta”, mi disse, ormai tanto tempo fa, un amico di ritorno da un viaggio. Le sue parole accompagnano e scandiscono il ritmo di giorni inconsueti in cui, beduina senza cammello, attraverso un deserto senza dune. I miei piedi non affondano nella sabbia, il suolo che calpesto è quello di strade e marciapiedi di cui conosco ogni centimetro e ogni difetto. Eppure, tutto è diverso, nuovo. Deserto, appunto…

È un deserto che spaventa, spiazza, inquieta, ma non riesco a fare a meno di ammirarlo, di subirne il fascino.

Rallento il passo e ascolto: silenzio. Quel silenzio spesso e denso che sa di neve, che ti entra dentro, diventa ossa, carne, sangue e ti dice “Sono qui!”. Che fare, dunque, in questo silenzio, con questo silenzio?

Mi fermo. Dovrà pur esserci un suono, una voce, qualcosa o qualcuno che cerca di farsi sentire. Il tempo si dilata, sento solo, ipnotico, il battito del mio cuore. Secondi interminabili passano prima di essere ridestata: un pappagallo – verde, bellissimo – festeggia felice, appollaiato su un ramo sopra alla mia testa. Ha trovato qualcosa e lo annuncia al mondo intero. Vorrei dirgli che il mondo, in questo momento, non lo può sentire, ma lo lascio alla sua allegria e lascio a me la gioia di sentire il “rumore” della vita in questo vuoto.

Il mio cuore batte, il pennuto esulta: è così che suona il deserto? Riprendo a camminare, alla ricerca di risposte.

Incontro un amico, un ragazzo di strada; abbiamo un appuntamento. Qui, in questo deserto, passeggio con qualcuno che di deserti ne ha visti tanti, qualcuno che del deserto porta i segni sul corpo, e non solo. Niente abbracci, strette di mano, nessun contatto: è difficile, ma è per il nostro bene. Ci muoviamo, cauti, a un metro di distanza l’uno dall’altro, percorrendo avanti e indietro lo stesso tratto di strada.

Penso a una delle parole più diffuse in questi giorni: CASA. Guardo lui, che una casa non ce l’ha, vedo la paura nei suoi occhi, la sua voglia di riparo, di sicurezza. Sento il peso dei suoi perché, la fatica del mio non poter rispondere.

Ci sediamo su un muretto per pochi minuti, nascosti nella penombra, sempre lontani, a distanza di sicurezza: una distanza corta, ma sufficiente a farti apprezzare l’importanza del contatto. Lo vedo alzare lo sguardo verso il cielo, smarrito. Mi dice che a Roma non ci sono stelle e mi chiede dove le andiamo a vedere, noi che viviamo qui. Gli rispondo che anche Roma ha le sue stelle, ma sono nascoste. Le poche che si mostrano sono quelle che, eroiche e instancabili, sfidano nuvole e smog per venirci a salutare. Gliele indico, ricambiamo il saluto, ridiamo. Gli chiedo delle stelle della sua terra, mi dice che sono milioni. Non so se vedrò mai quei cieli lontani, chiedo a lui di parlarmene. Di quelle stelle vedo, ora, la luce nei suoi occhi. Mi parla delle notti d’estate, quando i maschi della famiglia si trasferivano a dormire sui tetti. Sotto al cielo stellato, chiacchiere, canti, giochi, litigi.

“Ti manca la tua casa?”. “Mi manca ESSERE a casa”. Solo il cuore sa parlare così.

E il cuore mi suggerisce che Casa non significa solo quattro mura. Casa è ciò che tutti diamo per scontato, ciò a cui tutti facciamo ritorno; Casa è l’abbraccio di un luogo caldo e confortevole, un odore familiare, una porta che si chiude e si lascia alle spalle problemi e angosce, almeno per un po’. Casa è un posto sotto alle stelle dove condividere gioie e affanni.

Tocca a me guardare il cielo, ora: so che Qualcuno ci sta osservando, attento e premuroso. Sono certa che questi due piccoli randagi li tiene stretti vicino al cuore. Allora, bando alla tristezza! Per un attimo guardo il mio amico negli occhi, abbasso la mascherina e sorrido: gli apro la porta di casa.

Non ci sono muri, non è arredata, ma è piena: di Vita, di Luce, di Bellezza. È la Casa che si costruisce insieme, passo dopo passo, abitata dai nostri racconti e dalle nostre lacrime, dalle nostre paure e dai nostri sogni. È sgangherata, imperfetta, cambia di giorno in giorno, ed è bella così, con i suoi colori male abbinati e le stanze spesso in disordine.

In questa nostra Casa, in tempo di restrizioni e divieti, possiamo anche permetterci di far entrare un amico, senza andare contro alle regole. Basta un telefono, una video-chiamata, e anche colui che vorremmo tanto fosse con noi ci raggiunge: a centinaia di chilometri di distanza, le nostre Case diventano una.

Il silenzio accoglie mansueto le nostre voci, si lascia abitare da noi. Il deserto suona, canta, racconta. E diventa Casa…